Giustizia

Liberi, fin troppo

Coloro i quali sostengono che l’autonomia e l’insindacabilità di tutti i magistrati debbano restare articoli di fede, rifletta su quel che abbiamo sotto al naso.

Allora: al processo di primo grado, per l’omicidio Pecorelli, l’accusa sostiene la colpevolezza di Andreotti, ed il tribunale lo assolve. Tutto formalmente regolare. In secondo grado l’accusa continua a sostenere la colpevolezza di Andreotti, e questa volta il tribunale lo condanna, a ventiquattro anni di reclusione. Tutto formalmente regolare. Si arriva in cassazione, ed il procuratore generale, cioè il rappresentante dell’accusa, sostiene che Andreotti deve essere assolto, dato che non ci sono prove.
La tesi del procuratore generale mi pare devastante, non per i suoi colleghi dei due gradi precedenti, ma per il tribunale d’appello. E come hanno fatto a condannare un imputato se non c’erano prove?
Ora, le cose sono due. O la cassazione da ragione al procuratore generale, e cancella la condanna, con questo certificando che i giudici di secondo grado si son lasciati trascinare dall’entusiasmo; oppure la cassazione riconosce la fondatezza della condanna, ed in questo caso si dovrà indagare sull’eccessiva pietà umana del procuratore generale.
I giulivi ottimisti dicono: ciascun magistrato è indipendente da tutti gli altri e da chiunque altro, con ciò assicurando la corretta dialettica processuale; ciò che conta è il libero convincimento, correto dal diritto di ricorrere. Noi, più grettamente realisti, diciamo: il sistema è impazzito, e costa sangue a chi ci capita in mezzo; il convincimento non può essere libero anche dal rispetto della legge e della logica, e se ricorrendo l’imputato vince qualcuno deve pagare.

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