Giustizia

Lo Ior e gli scheletri

Basta dire Ior, Istituto Opere di Religione, la banca del Vaticano, per evocare scenari oscuri, intrallazzi planetari e malaffare finanziario. E ce n’è di che, visto che, in passato, l’Istituto s’è distinto non solo per operazioni spericolate, ma anche per avere dato ospitalità a conti la cui alimentazione era tutt’altro che limpida. Vito Ciancimino, tanto per citare un esempio, teneva conti e cassette riservate, dove faceva girare quattrini non propriamente frutto d’onesto lavoro. Il culmine, stando almeno alle cose conosciute, lo si raggiunse con l’interazione fra Paul Marcinkus e Roberto Calvi, con la bancarotta del Banco Ambrosiano e una giostra di logge massoniche, mafiosi all’opera e morti ammazzati.

Tutto questo torna, inevitabilmente, alla memoria non appena si apprende di un avviso di garanzia agli attuali presidente e direttore generale dell’Istituto, sospettati di riciclaggio. Accompagnato da un sequestro di 23 milioni di euro. La suggestione, però, rischia d’essere cattiva consigliera perché l’operazione contestata sembrerebbe avere ben poco di misterioso: il trasferimento di una somma, di 20 milioni, alla JP Morgan Frankfurt senza l’indicazione, prescritta dalle normative, del beneficiario. Solo che gli amministratori si sono precipitati a dire che si tratta di un giroconto e che il beneficiario, pertanto, altri non è che lo Ior stesso. Qualcuno, di sicuro, ha commesso un errore: o lo Ior a non indicare tutti gli estremi dell’operazione, o la Banca d’Italia ad avere effettuato la segnalazione, o gli inquirenti a non averla correttamente interpretata. Non ne ho idea, naturalmente, ma, in ogni caso, siamo ben distanti dall’ipotesi del grande raggiro a scopo di riciclaggio.

E’ possibile anche che le parole degli amministratori siano mendaci e che la riconfermata fiducia vaticana sia azzardata o complice. Ma ci troveremmo di fronte ad una condotta da banda del buco, piuttosto che frutto di raffinate menti finanziarie. Essendo competente la giustizia italiana (come stabilì la Corte di cassazione nel 2003), non ci resta che attendere. Il che un po’ ci terrorizza, perché si rischia di aspettare molto a lungo e veder fiorire, nel frattempo, le più colorite leggende dietrologiche. La nostra giustizia non riesce a essere tale sulle malefatte bancarie di casa nostra, il che non lascia ben sperare per quelle vaticane.

Una cosa, però, la sappiamo: a seguito delle dichiarazioni di una donna, a suo tempo amante del capo della banda della Magliana, e coerentemente con le segnalazioni giunte in modo a dir poco irrituale (una chiamata alla trasmissione televisiva “Telefono giallo”), si suppone che i misteri del rapimento di Emanuela Orlandi possano essere dissolti andando a guardare cosa c’è dentro la tomba di Enrico De Pedis, un delinquente, assassino e trafficante di droga, pietosamente e irragionevolmente sepolto in terra vaticana. Per la precisione nella Basilica di Sant’Apollinare, a pochi metri da dove la Orlandi fu prelevata. Non è consueto che il Vaticano accordi un tale privilegio a un comune cittadino. E’ singolare che lo abbia fatto con un poco di buono. Il punto è che le autorità italiane hanno chiesto di potere effettuare la riesumazione del cadavere, con l’aria di chi già conosce la risposta negativa. Salvo il fato che, invece, è giunto il via libera: scoperchiate pure il sepolcro. Cosa che, però, nessuno ha fatto.

Il mistero, insomma, è più avvincente dell’accertamento, la tenebra è più accattivante della luce. Cerchiamo di evitare che lo stesso fenomeno si riproduca anche a proposito dello Ior, i cui amministratori promettono collaborazione e trasparenza. Prendiamoli in parola e liberiamoli dal sospetto, se in tal senso deporranno le carte che sono pronti a consegnare. Per il loro bene, e per il nostro.

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