Giustizia

Malagiustizia digitale

Non ci sarà alcun blocco digitale della giustizia, gli allarmi lanciati erano una bufala, ma il problema resta irrisolto: si spende troppo per avere troppo poco. Fortemente preoccupata per il paventato black out Magistratura Democratica, corrente di sinistra cui il resto delle toghe va appresso, ha annunciato “forme di protesta clamorose”. Così la paralisi diventa sicura e siamo tutti più sereni. Forse è più utile dare qualche informazione e suggerire una sana indignazione per il modo in cui una montagna di quattrini pubblici vengono buttati dalla finestra, in modo che caschino nelle tasche di quanti si sono assicurati un posto in cortile.

Tra il 1999 e il 2008 sono stati spesi 1,5 miliardi di euro per digitalizzare la giustizia italiana. Dovremmo essere in grado di processare gli scippatori di Marte, in teleconferenza, invece non sappiamo neanche se un imputato ha cambiato avvocato, nottetempo. Prima lezione: se si mette il turbo digitale alla demenzialità burocratica si ottiene un sistema turbodemente. Una volta informatizzati e messi in rete gli uffici, tutto dovrebbe funzionare alla perfezione, senza che giri più una carta. Ma non è così, perché il maxi investimento è stato spalmato nella babele di 1800 uffici, distribuiti in 3000 edifici, dotati di 60000 computer e assistiti da 5000 server. Seconda lezione: se digitalizzi la disfunzione organizzativa ottieni solo caos computerizzato. Ma non è finita: perché non solo gli uffici giudiziari sono assai più di quelli che ragionevolmente servono (sicché gli altri vanno chiusi), ma molti di loro hanno colpevolmente (in molti sensi) preteso di dotarsi di propri programmi e proprie ditte d’assistenza, moltiplicando tanto i costi quanto la confusione. Terza lezione: il magistrato deve essere autonomo nell’esercizio della sua funzione, ma l’organizzazione dell’ufficio deve essere centralizzata, razionalizzata e sottratta al gioco delle correnti, come a quello dei fornitori.

E veniamo al caso che ora agita la giustizia: il governo ha trovato i soldi per rifinanziare il contratto di assistenza. Soffocarlo per mancanza d’ossigeno sarebbe stato un errore, perché si tratta di un contratto nazionale, quindi di un esempio virtuoso. Anche qui, però, si può far meglio. Il sistema giudiziario non ha bisogno di pagare un’assistenza 24 ore su 24, perché se ne lavorasse 12 saremmo già felicissimi. E qui si risparmia. Mentre i magistrati chiedono di assumere gli assistenti informatici e internalizzare i servizi, si deve andare in direzione esattamente opposta: coinvolgere i privati non solo nell’assistenza, ma nel funzionamento del servizio. La gran parte del lavoro di cancelleria, come quello di notificazione, come anche per la certificazione, potrebbe essere gestito in modo più razionale e aziendale, senza alcun pericolo per la riservatezza e la sicurezza. Risultato: migliore qualità e minori costi.

Siamo in una strana condizione: abbiamo speso moltissimo e abbiamo una giustizia assai meno digitalizzata di quel che dovrebbe. Al tempo stesso, viviamo una singolare opportunità: potremmo risparmiare moltissimo e, per riuscirci, potremmo digitalizzare, razionalizzare, riorganizzare e sveltire la giustizia. Per imboccare la retta via dobbiamo uscire dall’incubo contabile: non è vero che spendendo di più si ottiene di più, non è vero che per risparmiare si debba necessariamente tagliare alla cieca. La cosa comica è che a protestare, in queste ore, sono gli stessi che si buttano sui binari se pensi di spostare il treno giudiziario da quello morto del passato all’alta velocità di cui ha bisogno una società evoluta. Il tema vero, quindi, non sono i talleri per un contratto, ma le riforme che sbaracchino una roba destinata a non funzionare.

Tra i magistrati e tra gli avvocati ci sono molti che sanno alla perfezione come farci uscire dal pantano. Purtroppo, fra entrambe le toghe, ce ne sono altri, solitamente i più ciarlieri e presenzialisti, che nella guazza odierna hanno trovato il loro habitat remunerativo. La politica non andrà mai da nessuna parte, se non si decide a scegliere i primi, rispondendo a bisogni collettivi, lasciando schiamazzare i secondi, affezionati alle loro miserie corporative.

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