La campagna referendaria procede nel peggiore dei modi. Gli astanti sembrano divisi su tutto, ma sono uniti dalla riluttanza a parlare del merito della riforma e dalla voglia di risolvere la contesa in una contrapposizione che si alimenta di pregiudizi e affermazioni che neanche ci si cura di documentare. Un’accozzaglia di maranziani, di maranza anziani che aizzano lo scontro nella convinzione che gli elettori siano collettivamente imbecilli.
Non si salvano neanche gli atleti olimpionici, arruolati in filmatini infantili che riducono tutto a un reciproco bocciarsi. Eppure quegli azzurri hanno dato buoni esempi. Una sciatrice ha stretto i denti e non ha cercato scuse, passando dalle gambe spezzate alla vittoria. Un’altra, proveniente anche lei da operazioni alle gambe, è andata male e non ha tirato fuori attenuanti: ha detto di avere sbagliato. Poi si è complimentata con la vincitrice. Una madre di 35 anni vince due medaglie d’oro e afferma di sperare di potere essere d’esempio per altri. Lo speriamo anche noi. Il Presidente della Repubblica si presenta ai Giochi e quando arrivano le medaglie dice di non avere portato fortuna, semmai d’essere stato fortunato a trovarsi lì in quel momento. Quanta distanza dai maranziani che cercano nella violenza del linguaggio la debolezza del proprio moscio pensare.
Il problema non è il buco delle cose che Nicola Gratteri ha detto, ma la pezza che ha provato a metterci. È talmente inaccettabile l’accostare il Sì alla peggiore disonestà che ci si è persi il No accostato all’onestà. Ha poi precisato di non avere mai detto che tutti i votanti Sì (quindi anch’io) siano associati alla «massoneria deviata», ma ha trascurato di precisare che forse non tutti i votanti No saranno per questo cittadini onesti. Giacché fossero poco più o poco meno della metà sarebbe comunque il segno di un Paese marcio. Il bello, però, sta nell’unire ai disonesti «gli indagati e gli imputati», ovvero cittadini che la Costituzione impone di considerare innocenti. Questa non è la difesa della Costituzione, ma la sua sovversione. Alla faccia della “cultura della giurisdizione”.
Non si creda vi sia soltanto Gratteri, che già s’era accostato chi sostiene il Sì ai fascisti invasati che urlano con il braccio teso e il No ai picchiatori martellatori. Tutto senza sentire il minimo bisogno di specificare perché in quel testo della riforma vi sarebbero tracce di fascismo – posto che il fascismo (quello vero) scelse il modello opposto – o perché sarebbe sovversivo conservare il testo attuale.
Sarebbe bello sapere, possibilmente senza cedere al delirio, in cosa la riforma presenterebbe il pericolo di assoggettamento della magistratura alla politica. Posto che in Francia le carriere sono unite e i procuratori dipendono gerarchicamente dal Ministero della Giustizia (come accade anche in Germania). Se non altro ciò comporta la sicurezza che il paventato assoggettamento non discende dall’unità o meno delle carriere.
Generosamente in soccorso accorrono i fautori della riforma, che negano di avere alcuna intenzione di assoggettare alla politica i magistrati e nella frase successiva si scagliano contro sentenze e ordinanze che definiscono «politiche». Suppongo che quando vengono assolti o i loro atti convalidati si possa dedurne che le toghe autrici siano politicamente affini. Non paghi di tanta prodigalità s’industriano a dire che la riforma tornerà utile anche a quelli di sinistra che un giorno si troveranno a governare, trascurando che il problema è solo lateralmente di chi fa politica, mentre ogni giorno nei tribunali italiani si trascina un’umanità dolente o dolosa, che meriterebbe liberazione o punizione.
Tutte tesi di una rozzezza che si autogiustifica con il bisogno di semplificare e farsi capire, ma che ottengono il risultato di far risaltare il tessuto logoro di una politica che abita i social e diviene asociale. Poi se la prendono con i maranza che portano il coltello, avendo dato il peggiore esempio di violenza verbale e inconsistenza culturale.
Davide Giacalone, La Ragione 14 febbraio 2026
