Giustizia

Marcita

Illustrazione di una cesta di mele marce, simbolo della “cesta marcia” citata nell’editoriale di Davide Giacalone sul caso Rogoredo.

Non bastando l’orgia scambista del referendum, con ciascuno che sostiene il contrario di quel che sosteneva ieri, ci tocca anche l’ammucchiata giustizialista, con la gara ad assolvere o condannare senza sapere un accidenti di quello su cui si tranciano giudizi e si prendono ferme posizioni che poi vacillano nel giro di poche ore. Un clima appestato restituisce lo spettacolo di un mondo politico impermeabile alle ragioni del diritto e incapace di assimilare la civiltà dei diritti. Così procedendo, che si sia di destra o di sinistra, si finisce con l’ottenere non severità ma cecità. Una cecità colpevole, perché porta a nascondersi e a nascondere le più profonde responsabilità. Come capita per Rogoredo.

Dire «La difesa è sempre legittima» o «Senza se e senza ma dalla parte di chi porta la divisa» non è solo impudente: è ottuso e si finisce con l’essere colluso. Carabinieri e poliziotti che rubano alla Stazione Termini, se vero, è un peccato quasi veniale. Sono stati condannati dei carabinieri per avere ammazzato di botte un cittadino (Cucchi) in stato di fermo. Ora c’è un poliziotto che ammette di avere messo una pistola giocattolo accanto a un disgraziato che aveva appena ammazzato. La divisa che spara non è sempre colpevole, semmai l’opposto: si parte dalla presunzione d’innocenza. La divisa che spara a sproposito è però colpevole, eccome. Per sapere, ogni volta, se ci si trova nell’uno o nell’altro caso c’è soltanto un modo: indagare. Il che comporta inviare all’interessato un avviso di garanzia, quindi eventualmente sottoporlo a processo. Lo si aiuti con le spese legali, ma solo alla fine del processo si può dire che è colpevole. Non è una pignoleria, ma un pilastro di civiltà. Da cui discendono cose scabrose.

Soltanto se si cancella la barbarie dei giudizi che precedono il processo poi si capisce che i tempi della giustizia non possono essere tollerati se troppo lunghi. I fatti sono evidenti? Benissimo: si faccia il processo fra settimane e non fra anni. Non lo sentite chiedere perché si preferisce rinunciare alla legalità per praticare il diritto di straparlare e mettersi in posa per lo sfondone del giorno.

Anche le indagini, di norma, non devono durare anni. Nel caso di Rogoredo, per esempio, si deve accertare la reale dinamica dei fatti e bastano pochi giorni. Ma si deve anche accertare altro: perché i colleghi dello sparatore non sono corsi dai superiori a denunciarlo? Perché di lui si parla come di un estorsore e un violento abituale? Va accertato in fretta e bastano le testimonianze raccolte a verbale per chiamare tutti a processo. Tutti, perché se le cose stessero in quel modo non si tratterebbe di una mela marcia ma di una cesta marcia. Con dentro chi dovrebbe contrastare il crimine e non s’è accorto d’averlo fra i colleghi. Tre poliziotti sono indagati per favoreggiamento, ma non c’è soltanto il morto ammazzato: c’è una consuetudine, e ci vuole un grosso sforzo per credere che fosse sconosciuta a tutti gli altri. E se lo fosse stata sarebbe segno che i superiori sono inferiori ai doveri che spettano loro.

Il capo della Polizia faccia attenzione a immaginarsi giudice e a dire che il Tizio o il Caio è un delinquente. Provi a immaginarsi capo della Polizia e si chieda, dopo averli sospesi, come sia stato possibile che la cesta marcia olezzasse indisturbata. E si chieda quante siano le consimili ceste.

Che tanto giornalismo riporti tutte queste dichiarazioni senza farsi venire in mente che andrebbero fatte non alle telecamere ma nell’Aula di un tribunale, rispondendone nel documentarle e rispondendo di non averle fatte prima, già la dice lunga. La vicenda di Enzo Tortora la citano tutti, ma pare non la capiscano: non è utile il giornalista che passa in tipografia i fogli di Procura, ma quello che fa le pulci alle dichiarazioni e versioni ufficiali. Che troppo spesso si rivelano false.

Che una pletora di politicanti si disputi il record della condanna al cronometro ne dimostra lo spessore culturale. Perché queste emergono: ignoranza e prepotenza.

Davide Giacalone, La Ragione 25 febbraio 2026

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