Giustizia

Oscar o Nobel

Sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire la ragguardevole e promettente evoluzione del giustizialismo italico: prima avevamo il processo falso nel posto vero, ora il processo vero nel posto falso. Al debutto la radice antica, inseparabile da ogni popolo bue: il gran spettacolo dell’accusa, che la difesa e l’innocenza son noiose e prive dei grandi ingredienti: sesso, sangue e lussuria. Poi un primo progresso: con i giornali padronali a far da gran cassa alle accuse rivolte contro gli eletti, la vil razza politica, divenendo gazzette porta voce degli accusatori e forconi incitanti al linciaggio, grazie ai soldi di quei poverelli abbeverati dalla spesa pubblica, che si dicevano intimoriti e concussi dallo straordinario e incontenibile potere di quelli che venivano trascinati via in ceppi. La tecnologia digitale consentì un ulteriore passo in vanti, facendoci divenire tutti guardoni e spioni, pronti a istruire le carte dell’accusa assieme al pubblico ministero, sicché giornali e televisioni trasmettono direttamente le telefonate dell’appestato di turno e ciascuno può esprimere a piacimento la propria convinzione. In tutti e tre questi stadi evolutivi manca un pezzo della rappresentazione: il processo. Ma è roba per maniaci, si pensava. Invece no, adesso abbiamo il prodotto più nuovo: un processo vero, ma fatto davanti a un giudice denominato “signor Direttore”.
Dobbiamo cotale sollazzo alla straordinaria inchiesta sugli spioni pagati da Pirelli e Telecom Italia. Non entro nel merito, perché lo facemmo quando gli altri erano indotti o giacenti nel silenzio, conquistandoci le attenzioni dei citati galantuomini. Anzi, preferisco continuare a scandalizzare i pochi lettori disposti a seguirmi, i quali non capiscono come si possa fare i garantisti anche verso quanti si volle accusare. Risposta: perché il diritto viene prima del torto.
Dunque: una volta pubblicate le motivazioni con cui il giudice dell’udienza preliminare ha condannato qualche spione, il Corriere della Sera s’è trasformato in cancelleria di tribunale, prima pubblicando un originale commento del legale di Pirelli (dove sono rimasti padroni quelli che lo furono anche in Telecom), poi offrendo le pagine alle repliche d’interessati e colleghi, ivi comprese le parti civili. Non so se a via Solferino entrano direttamente vestiti in toga, ma mi aspetto, da un momento all’altro, il lancio di un bel televoto, in modo da dare un senso alla giuria popolare. Sapete qual è la cosa davvero divertente? E’ che non essendo più paghi di dare in testa agli indagati, ora processano quelli che manco hanno ricevuto l’avviso di garanzia. Ma non è colpa solo loro, è l’intero sistema ad essere storpio.
Questi gli elementi, fra il ridicolo e l’impressionante: 1. arrestano gli spioni, si trovano i dossier e si pone il problema se lo abbiano fatto per passare il tempo o su mandato di chi li paga; 2. il gip, giudice dell’indagine preliminare, così come la logica, il buon senso e perfino noi, riteneva utile esaminare la seconda ipotesi, la procura abbracciò la prima, tanto è vero che i vertici aziendali (Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora, tanto per non fare nomi) vengono sentiti, ma non indagati; 3. si arriva all’udienza e gli accusati, trasformatisi in accusatori, sostenendo di avere agito adempiendo a ordini e interessi superiori, ammettono il reato e patteggiano; 4. Tronchetti viene sentito anche lì, ma nega tutto e quasi dice di non conoscerli nemmeno; 5. arriva la sentenza di condanna, le cui motivazioni condannano Tronchetti, che, però, non era processato e neanche indagato; 6. il giudice sente il bisogno di scrivere che non era credibile, ma non si accorge che se Tronchetti avesse detto il contrario (ho deciso e ordinato tutto io, questi bravi ragazzi non hanno colpe) semplicemente quelli non avrebbero patteggiato, la sua non credibilità, quindi, è irrilevante per condannarli; 7. A questo punto parte la difesa di Tronchetti, che replica alle motivazioni della sentenza in cui non è coinvolto il cliente, definendola non credibile; 8. noi scrivemmo che quella sentenza condanna un solo soggetto, la procura di Milano, che, difatti, s’inalbera e replica, creando un fronte comune con Tronchetti, il non indagato ma condannato per interposto imputato, che ora il giudice chiede d’indagare; 9. interessati e parti civili replicano alle difese, il tutto sulle pagine di un quotidiano nella cui proprietà siede il medesimo Tronchetti, a conferma che la libertà è bella ma si dovrebbe anche saperla utilizzare; 10. non scrivo mai il decimo punto, perché non è il caso di montarsi la testa.
Ora, ditemi voi: possiamo chiedere, all’Italia, il Nobel per la fantasia giudiziaria? O, almeno, l’oscar per l’avanspettacolo?

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