Ha ragione Guido Crosetto, fra i fondatori di Fratelli d’Italia: «La riforma della Giustizia non rientra fra le battaglie storiche di Meloni: Giorgia non ci ha messo la firma». Non ci ha messo neanche la testa, altrimenti non darebbe il suo generoso contributo alla vittoria del No. Crosetto si mostra vicino al collega Carlo Nordio, di cui comprende la passione dopo una vita dedicata alla battaglia per la giustizia, ma il sottolineare il lato umano delle sue reazioni finisce con il rendere evidente che tira una brutta aria politica. La bocciatura del referendum non è più una possibilità remota.
Che dopo quella, per i tempi a venire, nessuno potrà e vorrà più mettere mano a riforme della giustizia o che una vittoria corporativa delle toghe consegni i tantissimi magistrati favorevoli alla riforma e contrari alla correntizzazione a essere prigionieri di guerra la cui carriera dipenderà dalla penitenza, sembra essere un dettaglio che interessa pochi e forse nessuno. Non si creda, però, che esista un’uscita di sicurezza. Se la maggioranza dovesse perdere il referendum sarà per il modo pedestre in cui è stata impostata la campagna, a sua volta frutto di quel che Crosetto dice: non è roba che si trovi in quelle loro storie.
Si spiega così il paradosso di una destra che vorrebbe vestire (come sarebbe bene che facesse) i panni della legge e dell’ordine e si ritrova con un capo che registra filmati dal retrogusto insurrezionale e che chiamano al disordine. Il problema non sta solo nel fatto che il Presidente della Repubblica aveva provato a chiedere un po’ di ragionevolezza e rispetto: il problema sta nel fatto che proprio non si conosce il terreno su cui si pretende di zompettare.
Con i soldi degli italiani – qualcuno ne renda edotta la presidente del Consiglio – si pagano fior di risarcimenti a cittadini ingiustamente arrestati e infondatamente trattenuti, come anche a poveri disgraziati processati per anni e anni, salvo poi comunicare loro che sono innocenti. Ciò con magistrati che applicano con persecutoria leggerezza leggi scritte male e con istinti peggiori. Indignarsene è coerente con la chiamata al Sì referendario. Purtroppo Meloni s’è prodotta in un messaggio che sollecita il No, perché se l’è presa non con un meccanismo che non funziona ma con sentenze che non condivide, oltretutto appellabili. Per aggravare la cosa descrive sinteticamente i casi modificandone le caratteristiche e lasciando che si confondano i tempi e i fatti, facendo credere che ci siano sentenze a favore dei reati o degli speronamenti. Attribuendo tali nefandezze all’indirizzo politico dei magistrati – quindi sbagliando tema e obiettivo – chiama al loro controllo politico. Che è l’accusa mossa dal chi sollecita il No.
La paradossale partita a scacchi, su una scacchiera disegnata da Salvador Dalí, spinge i pezzi in un buco nero in cui tutto si mescola. Così la destra dell’ordine si scaglia contro le toghe, senza manco avvertire su chi mai dovrebbe applicare la legge, mentre la sinistra degli ultimi e degli emarginati è lì che difende le toghe, baluardo d’un potere autoreferenziale che sia mai venga intaccato.
Giocatori bendati che corrono nella direzione sbagliata, ciascuno ignaro del perché negli anni Settanta e per il terrorismo fu la politica a scegliere la delega alla magistratura e segnatamente alla sua sinistra, del come fu forzata la mano dell’interpretazione e si spostò dentro la Procura di Palermo l’interlocuzione mafiosa (con la politica inerte) e come da ciò si sia poi passati al mercato delle vacche della spartizione lottizzatoria. Senza lo spessore della storia e senza una qualche idea del diritto non resta che la lotta sguaiata a parti invertite: la destra a difesa di una riforma cui è culturalmente estranea e la sinistra che prova ad affondarla, così affondando la parte migliore di sé, passata e presente.
Trasformisti che si ritrovano, vista la stagione, con Pulcinella che parla el venèxian e Arlecchino che si sfonda di pummarola ‘ncoppa.
Davide Giacalone, La Ragione 20 febbraio 2026
