Giustizia

Partire dalla giustizia

Ho l’impressione che molti cittadini considerino il dibattito sulle riforme istituzionali come una conferma dell’astrattezza politica, della tenace e perversa tendenza a parlarsi addosso, scantonando i problemi della quotidianità. Non hanno tutti i torti, ma è bene compiano uno sforzo e comprendano il reale oggetto del contendere. In modo, anche, da potere giudicare ciascuno dei protagonisti.

Quel che interessa è la promessa diminuzione della pressione fiscale, l’indirizzo che prenderanno gli ammortizzatori sociali, la possibilità che il mercato economico venga liberato dai freni che ancora rallentano il nostro sviluppo, rendendolo, nuovamente, il meno dinamico d’Europa. Ma questi sono temi permanenti, problemi che ci trasciniamo dietro da molti anni: la nostra crescita è inferiore alla media europea, per non parlare di quella mondiale, da quindici anni, non da quindici giorni. I governi che si sono succeduti ne erano consapevoli, ma non hanno trovato la forza e la lucidità di agire. Il perché è semplice: sono sempre stati, a dispetto del decantato maggioritario e del non meno celebrato bipolarismo, governi di coalizione, all’interno dei quali l’opposizione a determinate riforme strutturali, prima fra tutte quella della spesa pubblica, si è unita all’opposizione parlamentare, esterna, bloccando tutto. Il nodo da sciogliere è chiaro: o si dotano i governi di maggiore forza, rendendo effettiva la volontà popolare espressa con il voto, o i sogni di cambiamento sono destinati a restare tali.

Le riforme sono rese complicate da diversi fattori. Intanto c’è chi continua ad invocarle condivise, vale a dire approvate con il consenso dell’opposizione. Così, in realtà, si punta alla conservazione dell’esistente. Poi ci sono quelli che si straziano alla sola idea che cambi la Costituzione, ignorando che è già cambiata molte volte e fingendo di non sapere che quell’equilibrio è affondato con la prima Repubblica. Siccome il deragliamento istituzionale continua da tropo tempo, oramai sono molti i vagoni che si trovano fuori dai binari, sicché non sarà possibile ricondurceli se non agendo in modo piuttosto radicale. Diciamolo chiaramente: non si farà alcuna riforma se non si metterà mano al funzionamento della giustizia. La nostra riesce a non essere tale, a non garantire il rispetto del diritto, e, al tempo stesso, a divenire arma di ricatto puntata contro chi vuol rompere il maleficio. Si deve partire da lì, sebbene non ci si debba fermare lì.

Rimettendo in ordine l’edificio costituzionale si potrà sperare di governare la spesa pubblica, quindi anche la pressione fiscale, riorganizzando il rapporto fra Stato e mercato. Se non se ne è capaci ci si condanna ad amministrare l’esistente, con provvedimenti parziali, che non durano e non lasciano traccia nel tempo, spesso agendo sotto la spinta delle “emergenze”. Questo è il morbo che ha colpito tanti governi, diversi nel colore e negli intenti, ma uguali nel consuntivo sconfortante. Si può non appassionarsi al tema delle riforme istituzionali, quindi, ma non è consentito ignorare il legame stretto fra quelle e la speranza che la politica non sia il ripetersi del sempre uguale.

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