Giustizia

Phone call(e)

Solo in  uno Stato in decomposizione può capitare che le conversazioni telefoniche del presidente della Repubblica, non intento ad organizzare un golpe, finiscano nelle carte di un processo penale e sui mezzi di comunicazione. Non è possibile ragionare su quel che succede se non si parte da tale banale e scontata considerazione. Detto questo, però, il difetto sta nella legge che regola le intercettazioni, sta in un costume che ha consentito la pubblicazione di ogni cosa, sta nella barbarie di un diritto piegato ai più belluini istinti faziosi, sta nel non avere posto rimedio quando era evidente che il problema avrebbe scatenato una cancrena difficile da fermare. Noi avvertimmo, ma troppi fecero i furbi. In  questo ci sono anche responsabilità del Colle, né il constatarlo modifica di un dito la gravità della situazione.

Napolitano è responsabile, assieme a tutto il mondo politico e istituzionale che ha reso impossibile la modifica di una demenziale legge sulle intercettazioni. E’ falso che si debba scegliere fra l’intercettare a fini di giustizia e il tutelare non solo la riservatezza di ciascuno, ma anche solo la decenza nell’esercizio di funzioni pubbliche. E’ un dilemma tarocco, perché l’interesse collettivo chiede sia che s’intercetti a fini d’indagine e di prevenzione, sia che non finiscano sputtanati cittadini ancora coperti dalla presunzione d’innocenza, o le cui parole sono del tutto prive di quale che sia risvolto penale. Per ottenere questo risultato, scontato in qualsiasi parte del mondo civile, ci sono strumenti adeguati. Ad esempio: la polizia giudiziaria è libera d’intercettare, ma le cose che ascolta non sono mai prove (se non in casi eccezionali), ma solo piste che devono portare all’acquisizione di prove, il che comporta che il testo delle intercettazioni non deve mai essere depositato in nessun fascicolo giudiziario, dove, invece, vanno le prove e non le chiacchiere, sicché da quello non possono traslocare sulle pagine dei giornali. E’ una soluzione che tiene assieme entrambe le esigenze, senza in nulla nuocere alla sicurezza e alla dignità collettive.

Ma non si è voluto adottare una simile soluzione, perché fin qui si è goduto nell’usare questa mondezza giudiziaria per infamare l’avversario politico di turno. Un costume incivile ha piegato il diritto agli interessi di fazione e un guardonismo collettivo s’è impadronito della società italiana, fino a teorizzare che se si ascolta tutto si ha una più realistica rappresentazione della realtà. Neanche per sogno. Se si ascoltano tutte le parole di due amanti non si ha il dettagliato racconto di un amore, ma la scurrile descrizione di un altalena fra violenza e perversione. Di perverso, però, c’è solo la voglia di guardare dentro le mutande altrui, alla ricerca di una verità che, di certo, non si completa e incarna da quelle parti.

Giorgio Napolitano, sia detto con tutto il rispetto che si deve all’incarico che ricopre, non s’è sottratto a questa sciocca e vile acquiescenza ai costumi triviali. Non si sottrasse da presidente della Camera, quando non ebbe il coraggio di leggere le denunce di chi dava la vita pur di avere diritto di parola, né ha ritrovato successivamente quello smarrito senso del dovere e delle istituzioni. Ma sarebbe cedere troppo al medesimo errore dire, oggi, che chi la fa se l’aspetti, perché chi è ancora in grado di ragionare in termini istituzionali non può non vedere che l’attacco al Quirinale non compensa affatto gli errori anche da questo commessi, ma li aggrava e porta ad uno stadio di pericolosissima tensione.

Detto ciò, una volta che l’errore si è commesso, si deve stare attenti a non favorire il nascere e il prosperare dei ricatti: se i testi di quelle telefonate esistono, se qualcuno li ha in mano, il solo modo che esiste per togliere loro il potenziale distruttivo è che divengano di dominio collettivo. Quando Antonio Di Pietro anticipa il contenuto di alcune conversazioni, quando afferma che ci sono anche insulti diretti a delle persone, è segno che quelle carte sono già finite in un lurido canale di scolo. Da lì vanno sottratte. Quindi, ritengo che il presidente della Repubblica abbia fatto bene a sollevare il conflitto d’attribuzione, rivolgendosi alla Corte costituzionale, perché da quello dipende non la sua sorte personale, ma l’integrità del posto che ricopre. Solo temporaneamente. Al tempo stesso, però, proprio perché è irrimediabile la condizione che si è creata, e la cosa più grave consiste nel fatto che taluni abbiano quei testi (fuori dalle sedi di giustizia) e altri no, converrebbe al Colle essere la fonte della loro divulgazione. Con disgusto, con esecrazione, ma pur sempre pubblicizzazione.

Non è in gioco solo un equilibrio istituzionale (e scusate se è poco), ma la sicurezza di ciascun individuo, la libertà dei cittadini, la civiltà collettiva. Si chiuda questa piaga e si cancelli una legge pessima, senza avere paura di riforme di cui, in un mondo normale, si dovrebbe essere fieri.

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