Giustizia

Prescrizione e politica

Il Partito Democratico è seriamente nei guai. Non tanto per il caso Penati in sé, quanto per la confusione, culturale e politica, con cui lo sta gestendo. Gli errori che stanno commettendo sono tipici o di chi non riesce a capire, o di chi ha capito fin troppo bene, ma tenta disperatamente di nascondere le proprie colpe. Già, perché mentre l’eventuale responsabilità penale di Filippo Penati è affare della giustizia, la responsabilità politica sua, dei suoi compagni e del suo partito è affare politico.

Leggo che due diessini assai diversi fra di loro, il giovane rottamatore, Pippo Civati, e il vecchio magistrato che ha curato la politica giudiziaria dei comunisti, Luciano Violante, chiedono entrambe a Penati di rinunciare alla prescrizione, affinché sia fatta chiarezza. Dal che risultano chiare due sole cose: a. non sanno cos’è la prescrizione; b. non sanno distinguere fra giudizio penale e giudizio politico.

La prescrizione non è un cavillo o un sotterfugio, ma un istituto che esisteva già nel diritto romano, e non significa che dopo una certa data il colpevole la fa franca, ma che dopo un determinato periodo di tempo, proporzionato al reato presupposto, lo Stato prende atto che la giustizia non sarebbe più tale, sia perché difficile da accertarsi, sia perché la pretesa punitiva non ha più senso. Ma c’è di più: le prescrizioni, in Italia, sono tante, troppe, questo accade a causa del cattivo funzionamento dei tribunali, ma anche delle accuse indimostrabili sostenute dalle procure, sicché la via d’uscita meno dolorosa è lasciare che il tempo consumi un procedimento già morto. E’ un’ingiustizia, ai danni del cittadino. Se tutti, o anche solo molti, adottassero il costume richiesto da Civati e Violante la giustizia andrebbe in definitiva e totale bancarotta, perché i processi morti richiederebbero ancora tempi, giudici e denari. La loro proposta, pertanto, è anche antisociale, oltre che culturalmente inaccettabile (se la mettono su questo piano, perché il loro partito non ha rinunciato a diverse amnistie penali e contabili?).

Ancor più imbarazzante la questione politica. Fosse vivo Palmiro Togliatti inorridirebbe alla sola idea che dei compagni chiedano ad un giudice di sapere se tenere o meno un Tizio nelle loro fila, così subordinando il partito e la politica alle toghe e alle sentenze. Il vecchio segretario aveva tanti torti, ma su questo punto ragione, come testimoniano i suoi interventi all’Assemblea Costituente.

La verità, purtroppo, è più cruda, e se il vecchio Violante ha il pelo sullo stomaco per far finta di niente il giovane Civati dovrebbe avere maggior coraggio, vale a dire: se Penati sia o meno colpevole delle specifiche accuse mossegli è ragionevole che loro non lo sappiano, ma che essi ignorino il sistema di finanziamento politico da lui gestito, il giro d’affari che coinvolge le cooperative, e il potere che gliene deriva, fino al punto di piazzare suoi uomini nella giunta meneghina, è semplicemente ridicolo. E non serve a nulla invocare una sentenza penale, anzi, il solo attenderla è già una totale sconfitta politica, perché queste cose non si discutono in tribunale.

Se si ritiene che il compagno Penati abbia agito in nome e per conto del partito allora si solidarizza con lui. Ieri, forse, l’appena nato partito post comunista non solidarizzò con il compagno che gestiva i soldi contanti e con l’amministratore del partito, finiti in galera? Se si ritiene che Penati abbia fregato tutti e gestito soldi per sé lo si butta fuori, senza la presa in giro dell’autosospensione. Poi si passano al setaccio quelli che lo conoscevano e con lui lavoravano, per capire chi fra di loro è cretino e chi complice. Compreso il segretario del partito. Se, infine, si pensa che Penati non potesse comportarsi diversamente, che quella è la regola, sebbene non scritta, e che le cose devono cambiare, allora si pone la questione del rapporto fra politica e affari, fra enti locali e società per azioni che a loro fanno capo. E questa è la cosa più interessante e promettente, ma pur sempre l’opposto di quel che il pd sta facendo.

Se il più grande partito della sinistra avesse ancora senso del diritto e della dignità, si sarebbe ribellato al modo in cui sia la procura che il giudice dell’indagine preliminare hanno gestito la faccenda. La prima ha dato del “delinquente matricolato” a Penati, il secondo, pur negando una custodia cautelare, ha scritto le motivazioni della condanna per corruzione in un’ordinanza, il tutto senza che ci sia mai stato un processo. Noi possiamo denunciarlo, loro hanno avuto paura.

Chi trova una mela marcia nel proprio cesto la butta via. Chi non la riconosce come tale si ribella a tanto plateale violazione della presunzione d’innocenza, e lo fa non per il proprio compagno, ma per la civiltà e il diritto di tutti. Chi, invece, si vergogna di sé e spera di scapolarla farfugliando adotta la condotta dell’attuale pd: chiede ai giudici di sapere se, per caso, c’è del marcio in casa propria. Dovrebbero essere loro a dirlo, e a rimediare.

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