Giustizia

Prigionieri della malagiustizia

Ma sì, facciamo finta che quella sulla sfiducia a Giacomo Caliendo sia stata una grande battaglia, con alcuni intenti a svellere il potere degli incriccati e dei pitreisti, altri occupati a sconfiggere la speculazione manettara e altri ancora impegnati a trarne il massimo beneficio, facendo i furbi che si astengono e strizzano l’occhio a entrambe gli schieramenti. Fingiamo che tutti i problemi della giustizia ruotino attorno alla sorte penale di Silvio Berlusconi e di chi lo circonda. Intanto, mentre sul nulla s’ingaggia battaglia, sui quotidiani italiani escono, poco lette e ancor meno meditate, le lettere delle mogli i cui mariti hanno perso la libertà senza mai essere stati giudicati. I desaparecidos della malagiustizia, le damas in blanco di un Paese senza diritto e dimentico dei diritti. Forse non è del tutto chiaro, ma non rientriamo più, da tempo, nell’elenco degli stati civili.
Prima Monica Scaglia, poi Sophie Rossetti hanno preso carta e penna per descrivere la sorte dei rispettivi mariti (coinvolti nell’inchiesta Fastweb), oramai murati vivi e privati del diritto alla vita professionale e relazionale, impossibilitati a fare il loro lavoro e adempiere ai doveri nei confronti delle famiglie, il tutto non tanto per un capriccio mediatico (anche) di chi indaga, ma per la follia totale di un sistema giuridico che enuncia a chiacchiere la presunzione d’innocenza, salvo poi stritolarla sotto i cingoli di una giustizia cieca, inefficiente e con tempi da tortura medioevale. Dicono le due signore che i mariti continuano ad avere fiducia nella giustizia. Le e li capisco, ma sbagliano. Io, ad esempio, non ho alcuna fiducia nella giustizia. So che, nel corso del tempo e dei gradi di giudizio, la giustizia italiana mediamente azzecca, ha una discreta propensione a centrare la verità. Ma una verità emersa dopo dieci anni di procedimento e dopo mesi di privazione della libertà non è giustizia, bensì un insulto alla medesima.
Di questo, però, non ci si occupa. Chi se ne frega del ricco manager agli arresti domiciliari (s’immagina in condizioni di gran lusso e non si capisce che, invece, quella è una condizione terribile, quasi peggiore della galera), e chi se ne frega delle migliaia d’anonimi miserabili le cui vite vengono schiantate nell’inferno burocratico della giustizia. L’Italia d’oggi non è in grado e neanche vuole porre rimedio, perché da molti anni si occupa solo di una cosa: usare le inchieste per annientare il nemico. In una foia distruttiva che non si ferma neanche davanti all’evidenza: quel meccanismo fuori controllo abbatte chiunque, così come, del resto, ha abbattuto l’ultimo governo Prodi. L’unico che resiste è proprio Berlusconi, oramai accusato di tutto, dalle stragi alla mafia, dagli intrallazzi al meretricio, e quando qualcuno sostiene che si debba far finalmente luce sulla morte di Gaspare Pisciotta ti resta il dubbio che sia stato lui. Non portava i baffetti, da giovane? Ma resiste, e la sua resistenza è interpretata come la dimostrazione che la follia non è ancora sufficiente, che ci si deve dotare di strumenti ancora più invadenti: intercettateci tutti, arrestateci, deportateci, torturateci tutti, toglieteci i bambini ma, per Giove, abbattete quell’uomo. Intanto, per allenarsi, torturano gli altri.
A Berlusconi hanno regalato il ruolo della vittima, che neanche gli si addice. Invece ha colpe considerevoli, consistenti nel non essere stato capace di coniugare la difesa di sé stesso con il ripristino della legalità. Votare su Caliendo è stata una miserrima corbelleria. Continuare a parlare dei milanesi come capi della mafia è quasi un insulto etnico. Ma il dovere di chi ha vinto le elezioni è quello di ridare una giustizia all’Italia, non quello di immunizzarsi dalla malagiustizia. Invece si reggono a vicenda, perché da una parte si sostiene che non è possibile mettere mano alle riforme fin quando il giustizialismo mira alla testa di chi vince le elezioni, e dall’altra si replica che non è possibile condividere alcuna riforma finché chi vince le elezioni è interessato solo a salvare la propria pelle. Nei giorni in cui ci si vuol consolare si sostiene che c’è del vero, da ambo le parti, ma la realtà è diversa: c’è un mare di marcio, da ambo le parti.
Dal Quirinale si continuano a sollecitare politiche condivise che migliorino la giustizia. Ma condivise con chi? Con le corporazioni togate? Con le correnti del Csm? Con le forze politiche giustizialiste? Le riforme necessarie sono molte, ne ho fatto l’elenco altre volte. Ma è inutile discuterne all’infinito per poi produrre solo degli inutili ciuccia ciuccia lecca lecca. Mettiamola così: in tutto il mondo civilizzato chi giudica non è collega di chi indaga e accusa (non era così neanche in Italia, perché la situazione è assai peggiorata). So benissimo che non basta separare le carriere per risolvere i problemi, ma so altrettanto bene che senza quel passo siamo nel campo dell’ipocrisia e della menzogna. Dell’imbroglio. Ripeto: siamo già fuori dal novero dei sistemi civili, senza il coraggio della chiarezza non faremo un solo passo in avanti.

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