Giustizia

Quirinale fino in fondo

Il Quirinale, sul tema della grazia, annuncia che andrà fino in fondo. Ma in fondo a che? Pesa, certo, la pressione esercitata da Marco Pannella, dal suo giuoco di morte, ma, non di meno, la questione che si pone richiede un coraggio ed una determinazione politica che al Quirinale mancano.

Pannella sfida la morte non per Sofri, ma per il principio della titolarità esclusiva, in capo al Presidente della Repubblica, del potere di concedere la grazia. Ma, inutile girarci attorno (davvero eccellente il pezzo scritto ieri da Mauro Mellini, e pubblicato dall’Opinione), da una parte non è affatto indiscusso che quel potere possa essere esercitato contro la volontà del governo (ci torno dopo), dall’altro è evidente l’immediato legame con la vicenda di Adriano Sofri. Ed a Sofri non si può concedere la grazia se non perché lo si ritiene innocente, valutando, allo stesso tempo, ingiusto ed insensato un iter processuale basato sull’uso esclusivo del pentito. Non se ne esce, questa è la faccenda.
Ha, il Quirinale, la forza e la voglia, di avventurarsi in una grazia con questo significato? Credo proprio di no. Ed allora che significa “andare fino in fondo”? Significa, forse, che si andrà a prendere il caso di qualcuno assai mal messo in salute (Ovidio Bompressi, per esempio), e su questo, qualora permanga il rifiuto del governo, potrebbe sollevarsi il tema innanzi alla Corte Costituzionale. Più a fondo di così non credo si andrà. Così Pannella vedrebbe “risolversi” la questione istituzionale sollevata (come accadde anche per il plenum parlamentare), senza che con ciò si sia affrontata (come anche per il plenum parlamentare) la questione politica.
Con tutto il rispetto per la battaglia politica di Pannella, e con tutta l’ammirazione per il coraggio, a me pare che il tema istituzionale, e di legalità, sia altro. Tutti parlano della posizione del ministro della giustizia, mentre qui ho fatto riferimento alle scelte del governo. La Costituzione parla chiaro: la politica del governo è diretta dal presidente del Consiglio, che ne è responsabile, e “mantiene l’unità d’indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri”.
Il presidente del Consiglio in carica è stato chiaro, più volte, su quale indirizzo politico ed amministrativo intende seguire nel caso del detenuto Adriano Sofri. Questo è il problema istituzionale che si pone: la disapplicazione dell’articolo 95 della Costituzione. Il che ha rilievi e conseguenze che non solo superano il caso Sofri, ma superano anche il ruolo del ministro della giustizia, investendo tutta intera l’attività di governo.

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