Giustizia

Riformare con i tagli

Lo sfoltimento delle sedi giudiziarie, l’accorpamento di 37 tribunali e 38 procure, può essere l’inizio di una rivoluzione. Benefica. Ai tagli si è arrivati per ragioni contabili. Il governo faccia bene attenzione a non perdere la forza data dalla necessità, ne approfitti per non fermarsi al lato ragionieristico, sprofondi la lama fino all’osso della struttura, fino al nocciolo delle questioni, per lasciarci alle spalle non solo i costi, ma tutto il passato che ci ha azzoppati e rallentato la crescita. Le forze politiche, dal canto loro, facciano attenzione a non credere che il consenso dell’elettorato possa essere sollecitato facendo da ostacolo ai tagli, vellicando il lato conservatore e impaurito del Paese, giacché la sfida è quella di dare un senso alle sforbiciate, un’aspirazione che guardi al futuro. In particolare il centro destra rifletta su un punto: usando i tagli il ministro della giustizia ha dato corpo a una riforma di fatto che, per anni e anni, è stata inseguita senza successo. Il lavoro non è affatto finito, ma quello del centro destra non era riuscito a iniziare (con l’eccezione della riforma Pecorella, colpevolmente affondata da una Corte costituzionale troppo attenta al gioco politico).

Fin qui i governi dotati di maggioranza politica, sia di destra che di sinistra, hanno fatto a testate con la corporazione giudiziaria. Rompendosela ripetutamente. Il luogocomunismo imperante ha diffuso la convinzione che in tale esercizio si sia distinta solo la destra, ma rammento ai falsamente distratti che l’ultimo governo Prodi cadde proprio per mano di una procura, intenta a colpire l’allora ministro di giustizia. Ora attendiamo di vedere quel che succederà, ma basterà che il governo non vacilli al suo interno che la reazione corporativa sarà dileguata prima ancora che battuta. Il tutto a opera di un governo privo di maggioranza politica, quindi assai di sponda dotato di legittimazione popolare (mentre ha, naturalmente, piena legittimazione costituzionale).

L’opera dell’avvocato Paola Severino ha preso le mosse da una necessità di bilancio, ma è passibile di uno svolgimento decisamente interessante. Sarebbe grottesco se le forze politiche pensassero di lasciarla fare dove si tratta di affettare e di bloccarla quando si passa a riformare. Sarebbe ridicolo se si sostenesse che far tornare i conti sia compito da tecnici, mentre offrire istituzioni degne alla giustizia, restituendola ad un’Italia cui è da tempo negata, sia faccenda riservata alla politica, quindi preclusa al governo. In una democrazia funzionante entrambe le cose sono materia politica. In un sistema impantanato, che da anni guerreggia senza mai concludere una battaglia, l’importante è rompere l’incantesimo dell’immobilismo. Ridisegnare la cartina geografica degli uffici giudiziari è un buon modo per cominciare.

Mi permetto un suggerimento: impugnando l’arma dei tagli si può migliorare la qualità e i tempi della giustizia, usando la digitalizzazione. Fin qui non ha funzionato come avrebbe dovuto, essendo costata più di quel che sarebbe stato giusto, perché gli uffici giudiziari suppongono d’essere ciascuno autonomo e separato dagli altri, talché ciascuno è pronto a darsi un sistema informatico proprio, fregandosene del fatto che possa essere incompatibile con altri e incompatibile con quelli contenuti in tutti i computers. Compresi quelli che usano gli avvocati. La Costituzione è chiara: l’autonomia del magistrato riguarda il merito del suo lavoro, mentre l’organizzazione degli uffici è competenza del ministro della giustizia. Se a via Arenula, dopo tanti anni, è arrivato qualcuno che se ne ricorda, che il cielo della Repubblica lo benedica.

Non so se i partiti si rendono conto di quel che dicono, quando propongono che Mario Monti resti anche dopo le elezioni: ammettono il loro fallimento, desiderando restare nelle mani del commissario. Vedo che se lo contendono e scommetto che nessuno lo avrà. Nel mentre i partiti si umiliano a reclamare di non essere lasciati da soli, intenti a far compagnia alle proprie miserie e ai propri fallimenti, almeno apprendano la lezione di una riforma fatta con i tagli. Non è tutto, ma è meglio di quanto loro produssero.

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