Giustizia

Sìnistra

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La cosa peggiore che possa capitare alla sinistra è vincere il referendum, con una prevalenza dei No. Può darsi che questo possa avvicinare una vittoria elettorale, ma ne dubito. Di sicuro consegnerebbe la sinistra a quel che al suo interno è più lontano dalla cultura di governo e dal fare la differenza rispetto al populismo presente anche a destra. Ciò risalta ancora di più dopo l’intervento – dichiaratamente straordinario – di ieri del Presidente della Repubblica al Consiglio superiore della magistratura, sede in cui ha richiamato al «rispetto vicendevole» fra le istituzioni e sottolineato che «Il Csm deve restare estraneo alle contese politiche». L’errore più grossolano consiste nel credere ciascuno che stesse parlando degli e agli avversari, mentre l’urgenza di quelle parole risiede in una campagna referendaria in cui si confrontano suggestioni estremiste e si fugge dal merito della riforma sottoposta al giudizio degli elettori.

Trasformare il referendum in una specie di maxi sondaggio contro il governo e contro Meloni può sembrare una scelta comprensibile, ma dimostra disperazione e ha effetti disperanti. La disperazione emerge dal fatto che la riforma su cui si vota è figlia della cultura giuridica democratica di sinistra, gettata alle ortiche pur di cogliere la ghiotta occasione di prevalere nelle urne senza chiedere un voto su di sé, ma coalizzando tutto quello che è contro il governo e la destra, a prescindere da ogni considerazione di contenuto. Ed è disperante perché l’effetto sarà quello di consegnare gli aspiranti vincitori all’essere i vinti dalla cultura demagogica e antagonista che ovunque li può portare, salvo che al governo. Anche ammesso che vincano le elezioni, si sfascerebbero in tempo reale e dovrebbero ricominciare l’eterna ricerca del papa straniero cui baciare la pantofola. Pensare di costruire il proprio futuro vincendo una battaglia su una posizione sbagliata, regalando alla destra la sconfitta su una posizione giusta non è far politica e non è costruire il futuro: è mero galleggiamento in una pozza non navigabile.

Questo errore è frutto di un abbaglio condiviso, sia a destra che a sinistra: si preferisce l’avversario radicale a quello dialogante, perché consente di chiamare alla pugna contro il male, senza perdere tempo presentando idee praticabili. Peccato che in quel modo le democrazie crepino e si creino animali inesistenti, a destra e a sinistra.

L’ambizione politica della sinistra consiste inoltre nel dipingere la destra come sempre autoritaria e antidemocratica (taluni usano ancora “fascista”, ma i più hanno capito che non funziona), ma suppone di poterlo fare schierandosi con le pretese di intoccabilità della corporazione togata, che è l’incarnazione del potere (giustamente) non democratico. Le sentenze si emettono, non si votano; le misure cautelari si applicano, non si votano; la democrazia è sacra, ma nel processo legislativo, mentre non abita nel procedimento giudiziario. Se fosse la destra ad avere la posizione che oggi ha la sinistra sarebbe più che giusto ricordarle il nefando ventennio, perché l’idea che la giustizia sia organizzata per difendere lo Stato e non i diritti individuali è propria degli Stati dispotici.

La destra e Meloni erano contro la separazione delle carriere, ma invece di avere una sinistra pronta a evidenziarne l’incoerenza, festeggiarne il trasformismo e proporre modifiche non contro ma dentro la riforma in discussione, abbiamo avuto una sinistra che ha preferito prendere oggi le posizioni della destra di ieri. Ecco perché brinderebbero alla vittoria con il veleno.

Dopo un tale festeggiamento i riformisti presenti nel Partito democratico – quelli non ancora usciti o ritiratisi – si troverebbero a contare meno degli indipendenti di sinistra alla Raniero La Valle nel Pci. E per giunta sarà più facile avere penetrazioni al centro per il Conte fu grillino, pronto a vestire l’abito di stagione, piuttosto che per Schlein con l’eskimo addosso. Fuori moda da quel dì.

Davide Giacalone, La Ragione 20 febbraio 2026

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