Giustizia

Sme e Mondadori

Inutile girarci attorno, questa storia del ministro della giustizia che, di fatto, interviene in un processo in corso e porta via un membro del collegio giudicante, crea disagio e perplessità. Almeno fra gli amanti del diritto e dei diritti.

Certo, il processo di cui si tratta ha aspetti di assoluta ridicolaggine, a partire dal sovvertimento logico della realtà e dall’imputare chi, nel peggiore dei casi, impedì un atto d’impoverimento dello Stato (ma non solo: si parla di corruzione per un solo giudice su tre, e per una sentenza confermata da appello e Cassazione, che ci vuole un surreale senso dell’umorismo).

Eppure l’intervento di Castelli crea disagio. Intendiamoci, il ministro ha ragione: la norma c’è, la legge è chiara, la proroga non può essere ancora accordata e, quindi, quel giudice deve andarsene. Non ci piove. Ma le ragioni del ministro mi ricordano qualche cosa di “sinistro”. Le leggi vanno rispettate, ma quando si pone il caso di quel giudice che siede a Milano si scopre che la prassi della dislocazione in proroga è estremamente diffusa e che, pertanto, se si torna all’osservanza della norma in quel caso lo si deve fare anche in tutti gli altri e, con questo, si mandano all’aria un bel po’ di processi. Le proroghe sono di tre mesi e possono essere rinnovate una volta, quindi si può essere prorogati per sei mesi in attesa che il giudice destinato ad altro incarico (dal CSM, dal corporativissino CSM) termini il processo nel quale siede a giudicare. Ma è anche vero che in sei mesi la giustizia italiana riesce si e no a mettere un timbro, assai spesso sbagliando pagina. Quindi si proroga ancora, o si fa finta che non sia scaduta la proroga. E’ certo che le firme sugli atti ministeriali devono metterle i funzionari autorizzati ed abilitati, mica quelli che passano di là e pensano d’essere Napoleone, ma non è meno certo che se lo stesso funzionario, non abilitato ed autorizzato, ha firmato diverse proroghe e tutte sono state considerate buone non si vede perché proprio quella debba essere tarocca.

La legge è legge. Una vota lo dicevano altri, più compiti, s’intende, gente dabbene che aveva a cuore la sorte della cosa pubblica: poco importa quale fosse la realtà e quali i costumi, dicevano, la legge si rispetta, ed è assai grave che a non rispettarla siano gli stessi che la fanno. Oggi la legge, la suprema legalità, ha trovato difensori meno mondani, forse di letture non dissimili, ma con biblioteche cozzologiche meno fornite, gente che si guarda la punta delle scarpe, anziché puntare lo sguardo verso l’avvenire. Fra loro non si riconoscono, ciascuno negherebbe con sdegno di avere nell’altro il proprio simile, ma gli uni e gli altri hanno lo sguardo fesso di chi crede di esser furbo ad aver trovato la norma che fa fuori l’avversario. Gli uni e gli altri navigano sulla superficie di un diritto liscio e senza increspature, sicuri di dir cose giuste e forse ovvie, ma incapaci di comprendere che il diritto e le sue ragioni sono tempesta civile, fuoco morale che non trae alimento dalla furbata. Questo vale per i furbi ed i prepotenti di oggi, come per quelli di appena ieri. Sembra che qualcuno, adesso, nella sinistra, cominci ad accorgersene. Sempre in tempo per poter correggere la rotta, troppo tardi per porre rimedio alle ragioni della disfatta.

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