Giustizia

Sofri, solo politica

Sofri, solo politica

Non intendo parlare di Adriano Sofri, né della sua condizione. L’ho già fatto. Mi preme la questione politica. E non è questione che riguardi la libertà di coscienza, qui Berlusconi ha torto, né la distinzione fra affari propri ed affari collettivi, sulla quale, a torto, si sofferma Giuliano Ferrara.

Il caso che si ha sotto al naso è una faccenda d’analfabetismo politico.
Perché mai si dovrebbe dare la grazia a Sofri? Perché è innocente? Impossibile, giacché c’è una sentenza definitiva di condanna, che lo giudica colpevole. Le sentenze non chiudono i discorsi sul vero e sul falso, né sono buone pezze d’appoggio per scrivere la storia. Ma, di certo, chiudono il discorso giudiziario. Si deve graziarlo perché si comporta bene? Nemmeno, perché per quel genere di buona condotta esistono già leggi che regolano gli sconti di pena, non richiedendo e non prevedendo la grazia. Ed allora perché? La ragione è semplice: perché il processo a Sofri (Bompressi e Pietrostefani) è stato una mostruosità.
Pietrostefani gira liberamente in Francia non perché, in questo caso, i transalpini si son rincitrulliti, ma perché in quel Paese il reato da lui commesso non è più perseguibile, è caduto in prescrizione. La prescrizione non è una scadenza che rende meno commestibile il colpevole, ma un limite oltre il quale si ritiene semplicemente impossibile, o inutile, accertare la verità dei fatti. Il che è logico, ragionevole e giusto. Al contrario, il processo per l’omicidio del commissario Calabresi è stato fatto troppo tardi, e durato troppo a lungo, e si basa su elementi di prova che il tempo ha a dir poco consumato. Rimane la testimonianza del “pentito”, che in un sistema di diritto dovrebbe valere assai poco, in assenza d’altre prove.
Per questo Sofri, e Bompressi, andrebbero graziati: la loro condanna è priva del senso di giustizia, ed essi non si sono sottratti alla giustizia (Carlotto fu graziato, dato che la sua condanna era non meno abominevole, benché definitiva, anche se era fuggito).
Data questa premessa, ne deriva che una maggioranza politica che voglia riformare il pianeta giustizia, dovendo fare i conti con il corporativismo togato e la presunta sacralità dei pronunciamenti giurisdizionali, e che non colga l’occasione di una così plateale ingiustizia da sanare, è una maggioranza d’incapaci, dai quali non è il caso d’aspettarsi alcuna seria riforma. Altro che libertà di coscienza, ed altro che affari propri. Qui s’osserva l’incoscienza di chi quegli affari non è capace di gestire.

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