Giustizia

Telefono nemico

Se qualcuno gli vuol bene, tolga il telefono a Silvio Berlusconi. Detto questo, con quel che ne consegue, fra le colpe di una condotta priva di freni inibitori c’è quella di far passare in second’ordine quel che è, invece, il problema collettivo: un’idea bellica della giustizia, tale che pur di far fuori il soggetto preso di mira tutto è possibile e ammesso.

I personaggi di questa grottesca rappresentazione mostrano una stoffa da straccio e una caratura da scarto, ma è la rappresentazione stessa a divenire inquietante. In base a quali regole e a quali leggi sta andando in scena? C’è una legge che impone di non intercettare i parlamentari, o di farlo dopo apposita autorizzazione. Qui l’autorizzazione è considerata superflua e si è giunti alla pubblicazione in tempo reale. I freni inibitori sono saltati a chi straparla, ma anche a chi pensa di perseguire eventuali reati stravolgendo lo stato di diritto. Molte di queste storie si concluderanno nell’anno del mai e nel nulla, ma tutti gli effetti possibili saranno già stati sprigionati. E’ questo che condanna a morte la giustizia italiana.

Non è bello, sempre che sia vero (perché noi non siamo né guardoni né cameriri di procura, sicché una verità ci sembra tale quando passata al vaglio di tre giudizi, non quando passata alla stampa), che chi guida il governo inviti un cittadino alla latitanza. E’ inaccettabile. Ma la colpa assai più grave è quella di avere reso latitante la politica. Sono anni che indichiamo la strada maestra per sanare la puzzolente piaga delle intercettazioni: usarle come mezzo d’indagine e mai di prova, quindi non depositarle e considerare reato il passarle ad altri che al magistrato. Ma sono anche anni che la politica e il centro destra s’impigliano in norme di patetica limitatezza e inutilità. E’ grave che nella loro zucca non entri la banale ovvietà che non esiste soluzione a problemi personali che non sia soluzione di problemi collettivi. Ma è anche grave che non entri in altre zucche l’evidenza che pensare di risolvere i conflitti politici in sede giudiziaria apre le porte alla barbarie e offende il diritto.

Leggo che accusano il capo della procura barese di avere rallentato le indagini. Se è vero quell’uomo è un genio, perché normalmente le indagini sono lentissime, giungono fino ai limiti estremi delle proroghe e, poi, neanche si depositano subito le conclusioni. E quando le procure indagano e s’accorgono di avere preso dei granchi non lo ammettono mai, tirano le cose in lungo poi derubricano il reato e piangono per la prescrizione. Quando non lo indagano sapendo di non avere la competenza, giusto per finire sui giornali. Oppure si processano le persone e si depositano in ritardo le motivazioni delle sentenze, suicidando il procedimento. Come ha fatto il procuratore di Bari a distinguersi ed essere diverso?

Parole sprecate, queste, perché tutto annegherà nella faziosità, nel pro o contro il nemico o il martire. Un veleno diffuso da tanti palazzi di giustizia. Solitamente per traslocare in altri palazzi.

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