Giustizia

Teorema e trattativa

Sul banco degli imputati siedono i carabinieri, e siccome l’accusa che siano dei collaboratori dei mafiosi non regge, la procura di Palermo reagisce all’imminente naufragio sparacchiando avvisi di garanzia per falsa testimonianza. Noi non celebriamo processi sui giornali, né per condannare né per assolvere, siamo gli ultimi romantici, che credono ancora nella giustizia, ma c’è capitato di scrivere cose, su quella pretesa trattativa, che si sono rivelate esatte. Capisco che la tentazione è quella di dire che hanno torto tutti e che l’intrallazzo domina ogni cosa, ma ciò è esattamente quel che sperano inquirenti incapaci ed esibizionisti. Sicché, con pazienza, rimettiamo in fila i fatti. Vedrete che portano a oggi, anche alla legge anticorruzione.

Mario Mori, carabiniere, è imputato. Accusato di avere fatto da sensale della trattativa fra lo Stato e la mafia, quando era capo del Ros. Una storia che non mi ha mai convinto. Fra i testi di quel processo si trovano Nicola Mancino e Giovanni Conso, ora accusati di avere mentito. Ho già osservato, relativamente a Mancino, che negando lui non di avere trattato, ma che esistesse la trattativa, ne deriva che nell’ipotesi in cui menta deve essere accusato del reato principale, non di mendacio. In quanto a Conso, l’idea che dica bugie, per giunta in una sede di giustizia, fa sorridere: si tratta di assoluto galantuomo ed è proprio grazie ad una sua testimonianza che sappiamo il perché fu sospeso, nel 1993, a due imbarcate di mafiosi, il carcere duro: per fermare le bombe. Dice di avere deciso da solo, ed è questo il punto sul quale forse non mente, ma ancora non capisce.

Se Mori era il sensale, chi erano le parti in trattativa? Per la mafia, si dice, Vito Ciancimino. Per lo Stato, si è a lungo ripetuto, Marcello Dell’Utri, a nome e per conto di Silvio Berlusconi. Chi fornisce informazioni in tal senso? Massimo Ciancimino, figlio di Vito, e qualche pentito. Il giovane Ciancimino divenne presto l’ennesima icona dell’antimafia, celebrato e invitato ovunque. Salvo il fatto che di fesserie ne diceva un sacco e una sporta. Comunque fornì la chiave della trattativa: la mafia voleva le cose scritte nel “papello” di Totò Riina. Solo che il papello conteneva a sua volta delle follie, salvo, appunto, la richiesta di far venire meno il carcere duro, sospendendo il 41 bis. Quello divenne lo scopo ufficiale della trattativa. Allora scrivevo: non ho idea se ci sia stata o meno una trattativa, non mi hanno invitato, ma se lo scopo era la sospensione del 41 bis sappiate che quello è stato conseguito nel 1993, governante Carlo Azelio Ciampi.

Poi conoscemmo particolari assai importanti. A proporre quella sospensione era stato il nuovo capo del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), Adalberto Capriotti, appena nominato e voluto in quel posto da Oscar Luigi Scalfaro, cui lo aveva segnalato Cesare Curioni, capo dei cappellani carcerari. Curioni era andato a lamentarsi dell’allora capo del Dap, Nicolò Amato, detestatissimo da Scalfaro e, fra le altre cose, contrario ad attenuare il carcere duro. La ciliegina sulla torta ce la mise proprio Conso, anima candida, il quale disse: sono stato io a prendere quella decisione, da solo, e lo feci per evitare che la mafia mettesse ancora bombe. Il che già ribaltava la versione fornita da Ciampi. Solo che il giovane prete che accompagnava Curioni descrisse la gustosa scena di un ministro, Conso, che verificava la possibilità di nominare Capriotti, che neanche conosceva, e si crucciava di dover liquidare Amato, non sapendo come dirglielo. Era leggermente eterodiretto. Gli fornirono la tesi da avallare, nel mentre le bombe scoppiavano dove mai nessun mafioso aveva osato: in chiesa.

Tutto, quindi, conferma quella che, da parte nostra, era un’osservazione banale, frutto del calendario: se la trattativa serviva a quello doveva per forza essersi conclusa prima del 1994. I pubblici ministeri fecero finta di niente, fin quando taluni sono andati a dirlo in aula. A quel punto il condannato era il processo. A meno che non si sostenga che mentano, come, infatti, la procura ha fatto. Ma se mentono, scusate la ripetizione, sono accusabili di trattativa, non di dire bugie. E se anche mentissero, come può la trattativa continuare fino al 1994, anno in cui, oltre tutto, il 41 bis fu ripristinato? E qui siamo al capolinea della logica, con un processo che continua per partito preso.

Conso avrebbe potuto parlare prima, non c’è dubbio. Mancino, come tanti altri, apprende che lisciare il pelo alla corporazione dei magistrati, come lui ha amorevolmente fatto, sia da ministro che da vicepresidente del Csm, non mette al riparo da nulla, perché c’è sempre uno più estremista e protagonista degli altri (alcuni pm si sono dissociati dai due avvisi di garanzia, sembrando troppo). Ma la cosa allucinante è che l’intero mondo politico resta prigioniero dell’incantesimo, convincendosi che non far valere le ragioni del diritto, della storia e della logica serva a salvarsi la pelle. E’ così che il Parlamento vara leggi, come quella sulla corruzione, che non combattono minimamente la ladroneria, ma consegnano poteri esoterici ai giudici, trasformandoli in membri della santa inquisizione. Lo hanno fatto con l’abuso di diritto, lo fanno con il ridicolissimo commercio d’influenza (in un Paese che non regola le lobbies!!). Tutto per non sapere dire: questi non sono magistrati, sono militanti politici, seguaci di un’allucinazione ideologica. Detriti residuali dell’Italia mal unificata e antistatalista, quella per cui il marcio vero sta nello Stato, il resto è solo il soccombere di vittime ai mali della società e del sistema. Invece no: esistono i criminali, come anche i cretini.

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