Giustizia

Trappole mafiose

Sarà difficile, un giorno, spiegare come mai tanti inquirenti e giornalisti consentirono a Massimo Ciancimino di menarli per il naso, fino a consegnare fotocopie d’assegni che Silvio Berlusconi avrebbe dato all’ex sindaco di Palermo. Come le cose dette ieri dal generale Mario Mori, circa la falsità di ricostruzioni e documenti portati agli inquirenti, non siano sembrate chiare fin da prima che Mori le dicese. Questo signore ammette d’essere stato complice di Vito Ciancimino, suo padre, nel mentre intratteneva rapporti, frequenti e regolari, con Bernardo Provenzano, un altro disonorato, assassino, aiutandolo a nascondere e riciclare i soldi provenienti dai più abietti reati. Soldi che ancora non sono tutti emersi, rappresentando la vera posta di una partita senza onore e senza dignità. Inoltre, quasi beffardamente, il rampollo ricorda il modo eloquente con cui era identificato dal genitore: “grandissima testa di minchia”. Come a dire: guarda un po’, papà morto, guarda cosa sono riuscito a fare, ora sono stato capace anche di far la parlare tua moglie, da te continuamente cornificata e umiliata, ma anche mamma s’è messa a darti voce, perché da morto sei assai più loquace che da vivo, guarda “baffo”, e meravigliati per dove è arrivata la “grandissima testa di minchia”.

Quel che stupisce non è la storia freudianamente dialettale, ma il fatto che gente dabbene abbocchi alle galattiche panzane raccontate da questo badante di disonorati. Ha pubblicato anche un libro, con Francesco La Licata, che già da solo dovrebbe bastare per indurre i magistrati inquirenti a incriminarlo per una collana di reati e, al tempo stesso, per smettere di credergli. Faccio un esempio: i due autori parlano lungamente del “signor Franco”, sedicente esponente dei servizi segreti, ovviamente “deviati”, e il figlio del mafioso afferma di averlo visto, per due volte, a bordo di una macchina, evidentemente sua, o di cui disponeva abitualmente, e di avere memorizzato il suo numero di cellulare sul proprio telefono. A fronte di ciò (pagina 248 del libro) sostiene d’essersi sempre chiesto quale fosse l’identità del signor Franco. Dopo di che afferma, presentando il medesimo libro, che non solo sa benissimo di chi si tratta, ma lo ha anche detto agli inquirenti. A noi non lo dice, però, perché c’è il segreto istruttorio. Riassumendo: l’uomo misterioso gira sempre con la stessa macchina e ha un telefono cellulare, gli inquirenti non riescono ad identificarlo, perché devono essere deficienti, ma lui lo sa, anche se nega di saperlo. A uno così che gli vuoi dire? Lo racconti a quelli come lei.

Le minchionerie cianciminesche hanno anche del comico, come quando sostiene che il vecchio Vito, per andare a incontrare Provenzano, in quel di Roma, a piedi, da Piazza di Spagna a via Vittoria (200 metri, forse) faceva strani giri per confondere eventuali pedinatori. Manco fosse Mennea e a pedinarlo avessero destinato un cieco e uno sciancato. Balle. Di vero c’è solo che Vito Ciancimino era un delinquente e che i soldi accumulati ancora devono essere spartiti, con quel che segue.

Eppure un simile depistatore trova credito, specie quando sostiene la tesi più bislacca, cui Vito si era affezionato: Paolo Borsellino fu ammazzato perché si opponeva alla trattativa fra mafia e Stato. Lo ripetono in tanti, perché la cultura antistatale, che intride di sé l’incultura italiana, ha effetti micidiali, ma nessuno è in grado non dico di rispondere, ma anche solo di fare i conti con la seguente domanda: già, ma se fosse vero, come si spiega che subito dopo l’assassinio di Borsellino la presunta trattativa abortisce, anziché giungere alla conclusione di un felice accordo, rimosso l’ostacolo?

I dilettanti dell’antimafia, presi in giro dai vari ciancimini, oscillano fra il considerare i mafiosi degli strateghi sofisticati, oltre che spietati, a immaginarli, all’opposto, degli incapaci d’intendere. Pensare che le due stragi, che portarono alla morte di Giovanni Falcone e Borsellino, servissero, a seconda dei gusti, a salvare un mondo politico pericolante o a reclamare da quello le promesse coperture, è da stupidi, perché si sarebbe trattato di due partite impossibili. I mafiosi sapevano bene che uccidendo quei due colpivano lo Stato che aveva deciso di lottare contro la mafia, ivi comprese le forze politiche che componevano il governo Andreotti, responsabili anche di avere consentito e facilitato il maxi processo. Gli avversari politici di Falcone e Borsellino erano Luciano Violante e le correnti di sinistra della magistratura che, infatti, isolarono e sterilizzarono quei due grandi siciliani. Io non sostengo che la mafia abbia agito su mandato politico, ma chi voglia sostenerlo deve fare i conti con questo fatto. Io non credo che “servizi deviati” facessero da ponte fra politica e mafia, ma chi lo crede non può raccontarci la frottola che i ponti servivano per suicidarsi.

Falcone pagò un lungo conto aperto, con la mafia, e pagò la voglia di continuare a battersi, indagando sui canali internazionali di riciclaggio che portavano ad un intreccio criminale, finanziario e politico, ivi compresi gli strumenti utilizzati dall’Unione Sovietica per finanziare illecitamente i partiti fratelli, come il Partito Comunista Italiano. Su quelli è calato il buio, perché il botto di Capaci doveva sentirsi da lontano. Borsellino pagò la voglia di non arrendersi e di non piegare il capo davanti ad una procura di Palermo che voleva annegare l’inchiesta “mafia appalti”, che portava non solo ai soliti macellai sanguinari, ma anche lontano da Palermo. Inchiesta poi soffocata, mentre i carabinieri che la prepararono, prima con Falcone e poi con Borsellino, sono passati o ancora si trovano sul banco degli imputati. Per mafia.

Questo il quadro, nel quale trova spazio anche un Massimo Ciancimino che dice di volere raccontare la verità e scrive fandonie, dice di volere riscattare il proprio cognome, nel nome del di lui figlio, e, per esibizionismo e ulteriore pressione autodifensiva grida ai quattro venti che qualcuno vuole ammazzare il bambino, con tanto di busta, recante l’indirizzo, riprodotta su tutti i giornali. C’è solo da sperare che non siano tutti dilettanti, ubriacati di pregiudizio, quelli che hanno in mano le indagini.

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