Giustizia

Una buona riforma

Spesso si liquidano in fretta le buone proposte, per potere presto tornare alle polemicuzze senza spessore. Temo subirà questa sorte anche l’idea della non ricorribilità contro le sentenze d’assoluzione.

Male, perché, invece, ha significati che superano, e di molto, la superficialità del dibattito apertosi.
Il presidente del Consiglio ha affermato che una simile riforma contribuirebbe a contenere i lunghissimi ed intollerabili tempi della giustizia italiana. Inoppugnabile, e giusto, ma non è questo il centro del problema.
S’insegna nelle scuole di diritto, e si sa, ogni giorno, nelle aule di giustizia, che la prima pena, per il cittadino, è subire l’indagine, la seconda subire il processo. Due pene subite, anche quando si è innocenti. Due pene subite perché dei burocrati dell’accusa avevano supposto colpevole quel cittadino innocente. Ecco, se quel cittadino è riconosciuto innocente, in udienza preliminare od in primo grado, quella sentenza è da considerarsi definitiva e non ricorribile, perché non c’è un solo buon motivo al mondo perché quell’innocente continui a subire pene che non ha meritato.
A questo si aggiunga che, per il cittadino, ricorrere avverso una sentenza significa accollarsi un costo (a cominciare dalla parcella dell’avvocato), mentre per il pubblico ministero ricorrere è un rito burocratico di nessun costo. Anzi, potrebbe essere rimproverato qualora non lo facesse, giacché questo potrebbe essere letto come poca convinzione nell’accusa che fino a poco prima aveva sostenuto. Per tale motivo la procura ricorre sempre, dicesi sempre, anche quando è palese che, con il passare del tempo, sostenere l’accusa non solo è irragionevole (nel merito), ma anche del tutto inutile. Ma lo fanno ugualmente, tanto non costa, non conta, e chi se ne frega.
E c’è un altro aspetto, assai importante. Anche per garantire l’effettività ed efficacia del ricorso, la nostra Costituzione stabilisce che tutte le sentenze debbano essere motivate (negli Stati Uniti, per esempio, le sentenze non si motivano). Si tratta di un giusto principio, oramai ampiamente snaturato, e dico perché. Ci sono in giro un sacco di sentenze che hanno dovuto prosciogliere l’imputato, vuoi perché non c’erano prove per condannarlo, vuoi perché erano trascorsi i termini della prescrizione; in tutti questi casi il cittadino non è “quasi colpevole”, ma totalmente innocente, a volere rispettare la Costituzione ed un paio di trattati internazionali; invece succede che, nelle motivazioni, i giudici si dilunghino a spiegare perché quel Tizio è sicuramente un delinquente, ma non lo si è potuto condannare. Avverso il proprio proscioglimento il Tizio può ricorrere solo in pochi casi, e comunque, come si diceva, assumendosene i costi. Il che è abominevole.
Quindi, è giusto che le sentenze d’assoluzione non possano essere impugnate dall’accusa, dal che consegue che le sentenze d’assoluzione debbano essere anche non motivate. L’innocente è innocente, non c’è niente da spiegare e motivare. Bisogna smetterla di pensare che i giudici amministrino giustizia morale, una specie di etica per viventi. Nei tribunali s’amministra la giustizia del possibile, il che significa che, se per un quale che sia motivo, un imputato non può essere condannato, quell’imputato è innocente. Punto e basta.
Una riforma di questo tipo, inoltre, non solo non si pone contro gli interessi od il ruolo del pubblico ministero, ma, anzi, lo libera dall’inutile ritualità di ricorrere al solo scopo di mostrarsi fermo e coerente. Ed è questo il motivo per il quale certi procuratori hanno subito manifestato il loro consenso.
Ciò significa che la riforma si farà? Magari! Il fatto è che una simile riforma non risponde ai bisogni delle protezioni corporative, né alimenta lo scontro fra poteri. Sarebbe una riforma per il bene del diritto, dei cittatini e dell’Italia. Una roba minoritaria, insomma.

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