Giustizia

Verità da schianto

La giustizia è bendata, ma qualcuno ha equivocato e  crede che stia giocando a mosca cieca. Ha dell’incredibile ed è inaccettabile che, nel giro di ventiquattro ore, due procuratori di Caltanisetta dicano che sono vicini a clamorose verità, relativamente all’omicidio di Paolo Borsellino, chiedendosi se la politica potrà reggere così pesanti rivelazioni e, il giorno appresso, il presidente della commissione parlamentare antimafia corregga il tiro: no, la verità è ancora lontana. Ma questi signori hanno mai avuto per le mani i codici penale e di procedura? conoscono la storia delle indagini su quell’omicidio?

Nel nostro ordinamento giuridico è escluso che una qualsiasi procura, in una qualsiasi inchiesta, possa annunciare la “verità”. Perché se così fosse potremmo risparmiare tempo e denaro licenziando tutti i tribunali d’Italia. Che ci stanno a fare, se la verità nasce in procura? E non basta, perché nel caso di via D’Amelio si sono già fatti diciotto anni d’indagini e tredici processi, ci sono dei condannati, in via definitiva, quali autori materiali della strage, salvo però il fatto che la procura, i tribunali di primo e secondo grado, nonché la cassazione hanno preso un imponente granchio, dato che tutto si basava sulle “rivelazioni” di un forsennato, Vincenzo Scarantino, che se le era pure rimangiate, che non erano suffragate da prove e che sono state demolite da Gaspare Spatuzza. La giustizia funziona così male che certi processi se li potrebbero giovare a testa o croce direttamente i pentiti, o presunti tali. E’ in queste condizioni che i due procuratori si sono permessi di annunciare la scoperta della verità, che non si sa quale sia e, comunque, per essere tale dovrebbe comunque passare al vaglio dei tribunali che, come appena dimostrato, non è detto che ci piglino.

Ma mica erano soddisfatti, i due eroici ciarlieri, hanno voluto anche aggiungere che la politica trema e potrebbe schiantare, sotto il peso del loro lavoro. E, di grazia, in quale legge italiana hanno colto l’autorizzazione a far simili supposizioni? Il Presidente della Repubblica, che aveva invitato i magistrati alla riservatezza, non ritiene che l’episodio meriti un qualche intervento? Sicché non sappiamo se la verità sarà tale (ce lo auguriamo, e sarebbe ora), non sappiamo se crollerà il mondo, ma siamo certi che in un sistema serio a quei due sarebbe suggerito di cambiare mestiere.

Il presidente dell’antimafia interviene, in qualità di pompiere, precisando che non siamo vicini alla soluzione. Un pompiere piromane, però, perché noi vorremmo sapere: chi fa le indagini, come mai Giuseppe Pisanu sa a che punto sono e se, per caso, tutto questo non evidenzia una, a dir poco, anomala sovrapposizione di competenze.

Il tutto mentre, nel ricordo di Paolo Borsellino, dei balordi sfilano per le vie di Palermo cantando “Bella ciao”, con ciò dimostrando piena conoscenza e grande vicinanza con il magistrato assassinato, che aveva militato nelle file della destra almirantiana. Fanno fatica, tutti quanti messi assieme, a capire cosa univa un uomo di sinistra, come Giovanni Falcone, a un uomo di destra, come Paolo Borsellino: il credere nello Stato e nelle sue leggi. Credevano in ciò che i commemoranti non riescono a concepire, preferendo l’antistatalismo di chi vuole le istituzioni eternamente complici del male. Ma vanno perdonati, non per cristiana comprensione, ma perché sono ignoranti con il botto, finiti nel frullatore di un’Italia faziosa e con una giustizia in coma profondo.

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