Idee e memoria

9 febbraio Ravenna

La ricorrenza del 9 febbraio passa senza che alcuno, sulla stampa e le televisioni nazionali, senta il bisogno di ricordare la nascita, nel 1849, della Repubblica Romana. Eppure si tratta di un capitolo glorioso della nostra storia nazionale.

La stessa cosa, fortunatamente non può dirsi nella Romagna repubblicana e libertaria, socialista e laica, dove non si è persa la memoria di un passato che, anzi, si rivendica con orgoglio.

Quest’anno, a Ravenna, i repubblicani hanno organizzato diversi appuntamenti, fra i quali ci piace ricordare la mattinata al Teatro Alighieri. In quanti altri posti tanta gente si è alzata in piedi per ascoltare l’inno nazionale, o per cantare l’inno di Garibaldi? Sì, certo, si può ben liquidare il tutto archiviandolo fra le polverose fissazioni di un mondo attardatosi sui miti risorgimentali, ma lo si può fare solo a patto di non conoscere questa gente.

Lo si può fare solo non respirando la tensione e la partecipazione che accompagna le strofe dei Canti della Patria e della Libertà. In tanti mormoravano le strofe dell'”Inno a Oberdam”, in un’Italia ove al suo nome corrisponde al più un’indicazione toponomastica, ed a quello di Orsini nemmeno quella, eppure ha ancora un senso voler “formare una lapide di pietra garibaldina”. Così come ha un senso ricordare, con l'”Addio Lugano”, che anche la repubblica diventa decadente e borghese se non capace di difendere gli ideali di libertà e di giustizia. Una canzone, questa, che ha anche il pregio di ricordare le comuni radici libertarie del movimento rivoluzionario repubblicano e delle formazioni anarchiche. Può parlare di sentimenti polverosi solo chi non avverte la commozione per il pianto delle “mestissime madri/ quando oscura discende la sera/ per i figli gettati in galera/ per gli uccisi dal piombo fatal”, versi che si trovano ne “Il feroce monarchico Bava”. E che dire, poi, di “Bangera rossa”? altro che roba da fissati, qui non si rivendica solo la primogenitura del rosso, della bandiera, e della musica, qui si ricorda agli smemorati che i repubblicani possono ancora cantarla con lo stesso orgoglio dei primi del novecento, mentre i successivi usurpatori, i comunisti, se ne vergognano. Ed hanno ragione a vergognarsene. Se “Bandiera rossa” tornasse a risuonare in un congresso comunista, allora sì che si potrebbe parlare di un ritorno al peggiore passato; ma se si suona “Bangera rossa” fra repubblicani e libertari allora si dice che il migliore passato vive ancora, e non si ha intenzione di dimenticarlo. L’orgoglio al posto della vergogna, ecco la differenza.

Fra un brano e l’altro ne ha parlato Giannantonio Mingozzi, vice sindaco di Ravenna, il quale non si è certo nascosto la realtà: “celebriamo una Repubblica sconfitta”, ma che è anche stata capace di lasciare ideali e valori che hanno alimentato il cuore ed il pensiero di molte generazioni, e che ancora vogliamo far vivere. Una Repubblica sconfitta, ma, al tempo stesso, il midollo della Repubblica successiva, quella che sarebbe nata dalle macerie della seconda guerra mondiale. Ai giovani, osservava Mingozzi, non additiamo una lezione del passato, ma un insegnamento per il loro presente, quindi per il futuro.

E ne ha parlato Roberto Balzani, storico della Romagna e del movimento repubblicano, tanto giovane quanto autorevole. La tradizione della Repubblica Romana crea le condizioni di una Repubblica nella Repubblica. Una Repubblica casa di tutti, derivato istituzionale di un’evoluzione che è costata lacrime e sangue; ed un Repubblica, che vive nella prima, di quanti hanno visto in questa forma istituzionale lo strumenti per far vincere gli ideali del risorgimento mazziniano e garibaldino. La repubblica (numericamente) più piccola a far da anima alla Repubblica più vasta.

Balzani, da par suo, ha ripercorso i passaggi che hanno modificato l’iconografia stessa della sinistra sociale, raccontando come si sia passati dal berretto frigio e dall’albero della libertà, dal cipresso e dall’edera, ai miti della rivoluzione bolscevica, con in testa la falce ed il martello. E, nell’ascoltarlo, pensavamo a quanto sarebbe utile lavorare su questo tema, approfittare del tanto materiale rimasto per “far vedere” un cambiamento, una mutazione genetica, che ha condannato la sinistra italiana ad essere largamente egemonizzata da un gruppo che si richiamava ad una dittatura, laddove era la battaglia opposta che l’aveva fin lì guidata.

Il prossimo 9 febbraio si tornerà a celebrare la Repubblica Romana (anzi, Mingozzi ha promesso celebrazioni ancora più belle), ma, forse, varrà la pena prescindere dalle date, e dedicare qualche tempo e qualche forza in più al nostro passato migliore.

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