Idee e memoria

Con gli iraniani, contro il regime

La dittatura iraniana vacilla, il fanatismo fondamentalista perde colpi, il nostro dovere è di essere al fianco di un popolo che chiede libertà, contro un governo che promette la guerra. Nel 1979, quando Khomeini prese il potere, un certo mondo culturale, imbevuto d’avversità agli Usa ed a Israele, salutò come liberazione lo sprofondare dell’Iran nella teocrazia. La monarchia persiana non era un gioiello di umanità, ma i trenta anni successivi sono stati peggiori.

La fine degli ayatollah è iniziata perché il loro regime si basa sul fanatismo e sulla paura. Le piazze di Teheran urlano che la paura è passata. Le ragazze che sfilano, con i loro veli variopinti ed indossati vezzosamente, le ciocche esposte, le unghie laccate ed i vestiti colorati, urlano che lo zoticume fanatico non le riguarda. Può finire nel sangue, ma la repressione non potrà mai cancellare quel che è già avvenuto. E noi? Siamo solo spettatori, per giunta in affari con il regime? Abbiamo il dovere di sentirci coinvolti, proprio perché non ci rassegniamo all’idea che “islamico” diventi sinonimo di violenza e sopraffazione. Sono islamici, gli iraniani che oggi difendiamo. Come?
C’è la politica dei popoli, che impone solidarietà. Manifestata. Io lo faccio. E c’è quella dei governi, che utilizza la diplomazia e la forza. L’Iran cambia direzione di marcia? Braccia aperte. Continuano, invece, la corsa verso il nucleare e le minacce alla pace? Si stia pronti ad intervenire, come bene ed opportunamente fecero gli israeliani ad Osirak, nel 1981, radendo al suolo i sogni nucleari del dittatore iracheno. E’ la forza che rende convincente la diplomazia, è la minaccia che rende accettabile il compromesso. E, oggi, far presente che il ricorso alla forza è sempre possibile è anche il miglior modo per offrire una sponda a quanti scendono in piazza, rischiando la propria vita per estinguere un incubo. Che è loro, ma anche nostro.
La sorte degli iraniani è nelle mani di Khamenei, guida religiosa e detentore del potere. Consentirà la repressione, se il prezzo da pagare non sarà troppo alto. Il nostro dovere è fargli sentire la voce dei popoli liberi: aggredendo chi manifesta pacificamente chiamerebbe le democrazie al dovere dell’intervento.

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