Idee e memoria

Droga e libertà

Mi occupo dei problemi legati alla diffusione della droga da molti anni, ed ancora non ho capito perché non se ne possa parlare in modo sereno, calmo, portando dati di fatto e ragionamenti, anziché agitarsi convulsamente e tirandosi slogan addosso.

Sono un proibizionista, ma non ho mai pensato, né scritto o detto che gli antiproibizionisti abbiano lo scopo di rovinare i giovani ed il mondo. A quelli che pensano che il proibizionismo sia l’espressione degli interessi del mercato nero e di pulsioni papaline, manco rispondo. Però, per quanta buona volontà ci si metta tutti a dir cretinerie, la droga ed i drogati sono lì, costituiscono un problema serio, e si tratta di capire come affrontarlo.

Quando si hanno delle forti convinzioni, e non le si scambia per articoli di fede, la cosa più interessante da farsi è cercare di comprendere le ragioni di chi la pensa diversamente e, da questo punto di vista, torna utile il lavoro di Guido Blumir, pubblicato da Einaudi: “Marihuana”. Essere pubblicati da Einaudi, vedersi lanciati da un colorito servizio di Panorama e scagliarsi contro la congiura del silenzio, contro il dominio della cultura proibizionista, non è l’unica delle originalità che il lettore potrà cogliere.

Il testo è troppo lungo, costringe l’autore a dire troppe cose, ad indebolire cammin facendo le buone ragioni esposte all’inizio, a menare la solita tiritera sul potere mondiale che proibendo e punendo vuol dominare le sorti umane. Roba inutile, per una tesi e per l’altra. Mi permetto, pertanto, di segnalare solo i passaggi interessanti, quelli che mi sono utili a tentare di mettere in crisi le mie convinzioni.

Una prima questione è relativa alla liceità o meno dell’uso delle droghe per fini terapeutici. L’autore, avverto per onestà, si riferisce alla marihuana, e ne sostiene la liceità, ma io preferisco parlare di tutte le droghe, senza distinzione, giacché affermo tale liceità per tutte. La farmacopea è piena di sostanze che fanno male, alcune delle quali fanno molto male e sono mortali, ciò non di meno se ne fanno dei farmaci perché si suppone, dopo esperimenti e test, che siano utili a combattere un male peggiore. Chi conosce la chemioterapia sa che è devastante, ma la si accetta come tentativo di porre un freno all’avanzare del cancro. Se si dimostrerà (dimostrerà, non sosterrà al bar) l’utilità terapeutica di una quale che sia droga, è giusto che questa sia utilizzata, nelle forme e nei modi, quindi con tutte le limitazioni, con cui si utilizzano i farmaci pericolosi.

Blumir effettua una netta separazione fra la marihuana ed altre droghe, tipo eroina, cocaina, crak, ed avverte: “Tutti, genitori e figli, devono però sapere che con quasi tutte le altre droghe presenti nel mercato clandestino il rischio di un collasso mortale c’è”. In altre parole: di marihuana non si può morire, di quasi tutte le altre si. Ecco, questo è un buon punto per iniziare un ragionamento, giacché rompe l’equivoco, per il vero un po’ sciocco, che esistano solo proibizionismo ed antiproibizionismo. Se le parole hanno un senso, Blumir è un proibizionista per quel che riguarda eroina, cocaina eccetera; mentre è un antiproibizionista per la marihuana. Parliamo di questa, allora.

Il libro ci avverte, con abbondanza di dati, che la marihuana non uccide e che è scientificamente impossibile assumerne un’overdose. L’errore sta nel credere che il soggetto più importante sia la marihuana, mentre lo è la persona che la fuma. Quel che scrive Blumir è vero, ma talmente parziale da divenire falso. Ha mai sentito parlare della bulimia, di quanti si ammazzano mangiando? Se qualcuno sostiene che il lardo di Colonnata è dannoso per la salute non gli si risponde che è falso, ma sottolineando che tutto dipende dal quanto e dal come. Anche l’acqua potabile può uccidere per overdose, si chiama annegamento. Se questo avviene non devo rivolgere l’attenzione all’acqua, ma alla persona che ne volle bere una vasca. Per lo stesso motivo è utile, ma non risolutivo fermarsi alle sole caratteristiche della marihuana.

Nel libro si cita un’affermazione di Andrea Muccioli (condita con considerazioni sulla sua famiglia, che trascuro perché più sciocche che inutili), secondo il quale c’è una gran differenza fra lo spinello fumato in un salotto e quello in bocca ad un ragazzino che cerca lo sballo. Commenta l’autore: “Muccioli spara certe accuse perché non ha altri argomenti”. E qui ci delude, perché visto che pensa di averne molti, in duecentoquaranta pagine ne avrebbe potuto trovare almeno uno per rispondere a questa osservazione. Che a me pare decisiva.

L’approccio di chi imbocca lo spinello chiudendo gli occhi ed aspirando con forza, trattenendo il respiro e già solo per questo cominciando a veder lucciole, è tutt’altro che innocuo, desta allarme e non tenerezza. Lo so anch’io che, ringraziando il cielo, solo una minoranza di quelli che fanno una simile scemenza andranno poi alla ricerca di sostanze più forti, che daranno dipendenza e metteranno a rischio la sua vita; lo so anch’io che non esiste una ragione, un percorso farmacologico che porta dalla marihuana all’eroina; ma quel sentiero è micidialmente segnato nel tipo di bisogno che tento di soddisfare cercando lo sballo nello spienello. Non deve essere la marihuana al centro del nostro ragionare, così come non deve esserci l’eroina, ma l’essere umano, la persona. E’ lì che sta il pericolo, come è lì, del resto, che stanno anche le difese.

Come si vede, riuscendoci o meno, cerco di difendere me stesso da ogni forma d’approccio ideologico: ne ho piene le tasche dei catari della droga, quelli che vedono il mondo come confronto fra bene e male, naturalmente pensando di essere l’incarnazione del bene. Mi piacerebbe che anche altri si difendessero, quanto meno dal ridicolo: l’oncologo Umberto Veronesi si impegna in pubbliche battaglie, come è suo diritto, per la legalizzazione di haschis e marihuana, poi, altrettanto pubblicamente, lancia anatemi su chi fuma una sigaretta, accosandoli anche di ammazzare il proprio vicino. Ma è roba da matti. Che deve pensare chi lo ascolta, che la nicotina ammazza e la marihuana giova alla salute?

La necessità di una legislazione limitante l’uso di tabacco (e lo scrivo da fumatore) nasce proprio dall’incapacità di tutti e di ciascuno di porre dei limiti ai propri comportamenti, in quantità e modalità. Dire che una sigaretta fa venire il cancro è roba da invasati, ma non c’è dubbio che l’uso compulsivo del tabacco mette seriamente a rischio la salute. Si deve proibire il fumo nei cinema perché prima del divieto erano divenuti delle ciminiere. E se questa è la nostra esperienza di “adulti”, in base a quale razionale elemento si vuol sostenere che degli adolescenti siano i perfetti candidati all’uso moderato della marihuana? Non sarà che li si espone al rischio richiamato da Andrea Muccioli?

La foglia di marihuana è diventata come il ritratto di Che Guevara: icona non si sa più di quale cosa, che però deve essere bella e giusta. La si sventola perché bella ed intrinsecamente “giusta”, ma senza sapere esattamente di che si tratti (il che mi dispiace per Guevara, anche perché mette in ombra le colpe di Castro). Se si tratta di sventolare la bandiera della libertà, ci sto. Che la libertà sia compatibile con la dipendenza da una droga, quale che essa sia, è una tesi alquanto traballante.

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