Idee e memoria

Giovanni Ferrara

Amavo Giovanni Ferrara. Uomo di grande cultura, politico appassionato che avevo conosciuto nella nostra famiglia repubblicana, trovandomi dalla sua parte in alcune di quelle feroci battaglie che i familiari si muovevano menando botte d’incredibile forza. Amici no, perché troppa la differenza e non solo d’anni. Ma ci fu un legame profondo, che certo non attenuava la severità dei giudizi. Siamo cresciuti spietati con noi stessi, figuriamoci con gli altri.

Le scelte politiche che poi Giovanni fece (e scusate se uso il nome, ma parleremo di Ferrara diversi) non mi piacquero. Ora che è morto ci regala un libro ufficialmente dedicato a suo fratello, Maurizio, che fu comunista. Un libro splendido, dove pagina dopo pagina ritrovo il mio amore per quel professore dai capelli bianchi. Ma un libro che contiene un errore: ho l’impressione che ad essere nel vero, alla fine, fosse Maurizio, il fu comunista.
Giovanni dimostra tutto il suo coraggio nel ricordare ai lettori che egli fu non solo un democratico liberale, nella tradizione paterna (Mario) ed amendoliana (Giovanni), ma anche un anticomunista. Coraggio? Certo, coraggio, perché Giovanni parla non con la mente rivolta all’oggi (quando lui si ritrova a lavorare e pensare all’interno di uno schieramento comprendente gli ex comunisti), ma ad allora, quando il fascino comunista era enorme e quanto l’ “anticomunismo” era una scelta bizzarra, necessariamente solitaria, degna di un reazionario. Ma noi eravamo anticomunisti allora, e ne siamo giustamente fieri.
Il suo libro parte da una giornata a Porto Ercole, quando la cognata, che fu segretaria di Togliatti, lo chiama in soccorso: Maurizio piange. Trova il fratello con il fazzoletto in mano, solo davanti a quel che gli appare chiaro: noi siamo stati comunisti, ed eravamo dalla parte del torto, il comunismo non ha vinto ed è un bene che sia stato sconfitto, abbiamo combattuto quelli che avevano ragione, la nostra, la mia, vita è stata sprecata appresso all’errore ed all’orrore. Giovanni tenta parole politiche, tenta di proporgli la distinzione che tante volte ci hanno presentato: una cosa era il comunismo altra i comunisti, e nel partito comunista italiano tante buone energie hanno contribuito a realizzare positive cose. Maurizio è sconvolto, ma non scemo, e sa che quelle sono parole false: noi volevamo il comunismo, e sbagliavamo. La visione più reale, più politicamente efficace e spendibile, quella che merita attenzione e plauso è quella di Maurizio. Giovanni aveva avuto ragione fino a quel momento, ma ora non era pronto a cogliere le conseguenze di quel che il fratello aveva capito. E c’è una ragione.
Maurizio si mostra coraggioso, nella sua disperazione. A me è capitato di segnalare la viltà di un serafico Giorgio Napolitano (e tanti come lui), non ancora assurto al colle, che ricostruiva la storia assolvendosi di tutto e con questa cambiandola a suo piacimento. Non c’è confronto, fra i due Maurizio è il gigante. Come faceva il mio amato Giovanni a non capirlo? Non poteva. Perché a lui sembrava che fosse proprio il suo mondo, quello liberaldemocratico, ad aver perso, e gli sembrava questo perché la tempesta del biennio giustizialista lo aveva sbattuto con troppa violenza. Come si poteva, al fine, sostenere che aveva avuto ragione Bettino Craxi? Eppure era così. Con Giovanni avevamo combattuto contro quelle che ci sembravano, ed effettivamente erano, degenerazioni del craxismo, ne avevamo anche fatto oggetto di scontri interni al partito. Avevamo fatto bene, ma a patto di non smarrire la bussola: di Craxi si potevano criticare anche molte cose, ma non dubitare che fosse un leader democratico. Giovanni, in fondo, ne dubitava, o pretendeva d’aver capito che quell’anticomunismo di sinistra sarebbe stato pericoloso per la Repubblica. E dopo il crollo Maurizio era capace di guardare, sebbene con terrore, il proprio errore, Giovanni no. Giovanni aveva un’esigenza più forte, quella di dimostrare a se stesso di non avere avuto nulla a che vedere con le degenerazioni del nostro mondo, e, tanto per non girarci attorno, con il modo in cui avevamo finanziato la politica. Giovanni, le cui campagne elettorali costavano, ma che lui non pagava. Invece di quei soldi potevamo andare orgogliosi, fino all’ultimo tallero. Ho visto io come Spadolini li prendeva, ed ho visto come vendeva i suoi appartamenti perché non bastavano.
E non poteva vedere fino in fondo la realtà, Giovanni, perché più forte di tutti era la ripulsa verso Berlusconi ed il berlusconismo, vissuto non come un avversario, ma un usurpatore. C’era stata, l’usurpazione, eccome, ma era consistita nel fatto che partiti democraticissimi, senza mai aver perso le elezioni, furono cancellati dalla schede elettorali per via giudiziaria. A che serviva tradurre l’anticraxismo in antiberlusconismo, senza avvedersi di quale origine aveva il terremoto? Ma Giovanni non poteva, perché avrebbe dovuto ridiscutere se stesso. Questo Maurizio, disperato, lo fece, lui no. E non è una questione di schieramenti, perché ci sono buone ragioni per considerare positivo il colpo berlusconiano del 1994, e non meno buone ragioni di avere diffidenza ed avversità per quel che lo seguì. Ma non c’è nessuna buona ragione per non voler vedere quel che lo precedette, e non c’è nessuna giustificazione per chi si bendò gli occhi ripetendo la più stupida ed insulsa delle frasi fatte: che la giustizia faccia il suo corso. Il moralismo senza etica della politica non ha parentela alcuna con la morale.
Certo, oggi con chi parlo, di queste cose? Con esponenti della sinistra educati a falsificare la storia e compartecipi dei più sgangherati e temerari impoverimenti della cosa pubblica? O con esponenti della destra che hanno veramente creduto che la politica fosse arricchimento personale, ed ora contenti si trovano a poterla frequentare? Se ne avessi parlato con Giovanni ci saremmo presi a mazzate, ci saremmo lasciati rancorosi, ci avremmo rimesso il fegato. Ma, io almeno, qualcosa di buono ne avrei tratto. Lui non lo ha mai saputo, ma lo penso spesso, al mattino. Mi raccontava di quando dal balcone di casa sua si vedeva un seminario, o non so quale altro luogo di preti, e dato che la figliolanza, nell’età dei pianti e delle coliche, lo svegliava presto s’affacciava e vedeva quei preti già in movimento. Ci fregheranno sempre, mi diceva. Ecco, ora è il mio balcone a dare su un panorama simile. Mi alzo sempre più presto, per lavorare, gettando un occhio alla terrazza prelata. E mi dico: li ho fregati, Giovanni.

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