Idee e memoria

Il Che pacifista?

Forse nessuno è mai stato tanto simbolico quanto il Che. Ernesto Guevara de la Serna. Detto Che, a causa di un continuo intercalare argentino, che accompagnava ogni suo discorso. Capita, a chi muore giovane, di trasformarsi in immagine quasi sacra, in icona. A Guevara, che morì trentanovenne, è capitato. Concorsero anche altri ingredienti.

Nato in una famiglia che non aveva problemi economici, studente di medicina, abbandonò tutto per seguire il sogno rivoluzionario. E questo è il primo ingrediente: abbandono della ricchezza e rottura con il proprio passato. Da combattente scelse di stare dalla parte dei deboli e degli oppressi. Secondo elemento. Il terzo fu il coraggio fisico, che rasentava la temerarietà, quando non l’incoscienza. Morto ammazzato dalle truppe governative boliviane (tradito dai suoi compagni ed ignorato dai contadini cui si rivolgeva), aveva già tutte le qualità per ritrovarsi ritratto in milioni di manifesti, libri, magliette, cantato e musicato.

Capita, però, alle icone, di subire una strana sorte, ritrovandosi a testiomoniare il contrario di quel che furono. Capita, insomma, che il valore dell’immagine superi il valore della vita, della personalità, della storia di chi era, un tempo, il proprietario del proprio volto. Ed a Guevara è capitato.

Di tanto in tanto ne vedo il volto sventolante su qualche bandiera che sfila nei cortei che chiedono la Pace. E penso: che ci fa, lì, il Che? Guevara fu un guerriero. Morì in Bolivia dove cercava di portare la guerriglia, cioè far saltare la pace dell’oppressore. Fu un uomo in armi, scelse la via della forza e della violenza. Lui e quelli che dicono di ripudiare, sempre e comunque, l’uso delle armi, l’uso della guerra, non hanno niente da spartire. Ma proprio niente.

E’ anche diventato un’icona della Cuba rivoluzionaria. Di quella rivoluzione che, quarantacinque anni dopo, ancora veste in divisa militare i suoi governanti. Guevara, da Cuba, se ne andò. Ne fu ministro, ma poi fece le valige. Non solo i suoi rapporti con Castro non furono solo amichevoli, ma si sa di forti contrasti. Ed è un fatto che Castro gli negò aiuto quando decise di esportare la rivoluzione. Recentemente Giuliano Zincone ha scritto che se Guevara fosse vivo farebbe la guerra contro la dittatura castrista. Non lo so, è credibile, ma nessuno può dirlo. Quel che sappiamo è che, all’insorgere della dittatura, gli voltò le spalle. Oggi, però, ne è una delle immagini più retoricamente ripetute.

Guevara fu un combattente comunista. Morì nel 1967, e, quindi, poteva non sapere, visto anche dove si trovava a vivere, quale inferno di sangue e terrore era diventato il comunismo, nei paesi che ne subivano il governo. Ma già a quell’epoca una pletora d’intellettuali, uomini di lettere, militanti politici, avevano svelato al mondo l’orrore al di là della cortina di ferro. Guevara non lo vide, non lo capì, o, quanto meno, ne cercò un’improbabile cottura in salsa caraibica. Come icona dell’avvenire, insomma, non si distinse per preveggenza.

Non di meno rimane un personaggio affascinante. Epigono dell’eroe epico. Un personaggio che non merita d’essere affogato nella zuccherosa banalità di chi lo vuole il contrario di quello che fu.

Amava la fotografia, e gli piaceva farsi fotografare. Quell’uomo non era un conformista, quindi non si faceva problemi a mostrare l’orologio di lusso, o la passione per il golf. Due cose non in linea con il moralismo rivoluzionario. Il sigaro cubano non solo lo esibiva, ma lo fumava con gusto. Ecco, neanche di questo lo vorremmo icona, mostrando verso la sua memoria un rispetto superiore a quello di chi ne smandrappa il volto.

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