Idee e memoria

Il fumo ed il suo costume

Il costume è qualcosa più della moda. La seconda terribilmente passeggera, il primo così difficile da cambiare, così lento nell’evolvere. Un comportamento, un oggetto, un modo d’essere che non tenga conto del costume fa fatica a divenir moda, ovvero costume adottato dai più. Ma la moda influenza il costume, ed a sua volta lo cambia.

Sono cresciuto in Sicilia, a Palermo, ma mia madre era una livornese, alta e bionda. Fumava, anche troppo. Il fatto è che fumare, in pubblico poi, era, negli anni ’50, un inequivocabile segno d’attitudini postribolari. Mio nonno, marsalese, fumatore anch’egli, non intendeva chiedere alla nuora di cambiare abitudini, ma, al tempo stesso, temeva arrecassero danno eccessivo all’onorabilità familiare. Così, approfittando del fatto che la giovine continentale non parlava una sola parola dell’idioma locale, ideò una soluzione: disse in giro che era americana. Altro mondo, altri costumi.

Mia nonna vestiva solo di nero. Tutti portavano il lutto, perché tutti avevano un qualche congiunto scomparso. Le donne toglievano il nero solo per vestirsi di bianco, il giorno delle nozze. Gli uomini portavano un bottone nero all’occhiello, od una fascetta nera al bavero. I più affranti mettevano la fascia al braccio, somigliando, così, ai capitani di una squadra di calcio. Un giorno arrivò la minigonna. Minchia. In qualche anno cambiò tutto, anche mia nonna, che non la indossò, ma comperò un abito a fiori.

La moda aveva cambiato il costume. Nella nostra vita fece il suo ingresso la televisione, grande acceleratore dell’unità d’Italia. Fu in quel momento che le mie due nonne trovarono una comune lingua nella quale comunicare, benché non sappia cosa si dissero, né a voi ve ne importa niente. Quindi la faccio finita con le faccende familiari.

Da quando c’è la televisione le mode si avvicendano in modo vorticoso, ed i costumi fanno fatica a tenere il passo. Un tempo dava scandalo un bacio dato in pubblico. Nei film di Totò s’ideava il trucco di andare alla stazione, per potersi sfiorare le guance. Conseguenza indesiderata: se trovavi qualche conoscente ti toccava salire sul treno e partire. Oggi, anche solo per reclamizzare un rasoio si vuol sempre immaginare che ci sia una fanciulla disposta a prendere le parti del barboncino domestico, sempre pronto a slapparti le guance.

A proposito di baci. I primi baci li ricordo al sapore di fumo. Si fumava, anche per mascherare l’imbarazzo, per coprire i vuoti di conversazione, per propiziare il momento in cui le labbra si sarebbero sfiorate. C’è una pagina di Carlo Emilio Gadda, che sollecitava in tal senso: “Il fumare lo aiutava molto davanti alle donne, a cui il fumo piace, anche perché lo ritengono, e magari con ragione, un gradevole presagio dell’arrosto”. Oggi l’arrosto arriva precotto, talora bollito, e le signore, per quanto io possa immaginare, non ne vanno pazze.

Non era disdicevole, il fumare, anche perché c’eravamo immaginati, ancora giovinetti, nei panni che Salgari diede a Yanez, ne “I pirati della Malesia”, il quale “fumava flemmaticamente la sua eterna sigaretta”. Eravamo gente ruspante, non pensavamo di voler somigliare al grande (nano) Bogart, ci accontentavamo delle pagine di un signore mai sortito dal Piemonte. Ma, insomma, coprir di fumo la distanza fra la chiacchiera ed il fugace contatto non era cosa riprovevole.

Oggi sarebbe considerato un oltraggio, con il rischio di vedersi denunciati per avere indotto il partner al fumo passivo. Di converso, pare che sia politicamente corretto, tanto per ragioni sanitarie quanto per rispetto alla libera determinazione di ciascuno, chiarire, fin dall’inizio, che non si avrebbe comunque intenzione di procedere oltre se non con l’uso del profilattico, prudentemente ed altruisticamente portato, in duplice, ottimistica, copia. Dico “pare” per ragioni che non starò a spiegare, contando più sulla vostra pietas che sulla vostra riservatezza.

Ai tempi dei miei primi baci, se avessi mostrato un simile reperto, avrei rimediato una timpulata, che, per i non addentro al bilinguismo, sarebbe il violento impatto fra la di lei manina e la di lui gota. Sempre sperando che lei sia adirata, ma dotata di buona mira.

C’è un libro, americano, molto bello: “The great seduction ? Tobacco advertising”, dedicato alla pubblicità delle sigarette. Sfogliandolo mi son ricordato di quella storia della Camel: sul pacchetto c’è il cammello, sullo sfondo un minareto; rovesciandolo s’intravedeva un’immagine diversa. Molti pacchetti di sigarette erano bellissimi. Dietro la loro bellezza c’era un enorme impegno grafico, un’accurata riflessione di marketing. E la stessa cosa vale per le scatole di sigari e per quelle di tabacco.

Colleziono quelle che contenevano i cubani, così come quelle di tabacco per pipa (che comperarlo in busta, diciamolo, è un po’ triste), e prima o poi presenterò una denuncia contro quest’animale abitudine di appiccicarci sopra frasi iettatorie, capaci di rovinare un’opera dell’ingegno, un oggetto bello, raffinato. Che poi, insomma, si deve avere il senso della misura. Non è più, lo capisco, il tempo di Molière, che ne suo “Don Giovanni” scriveva: “Non c’è niente di paragonabile al tabacco: è la passione degli uomini dabbene, e chi vive senza tabacco non è degno di vivere”. Va bene, ma giungere a sostenere che chi fuma è degno di morire, e che cavolo, è un tantinello troppo.

La campagna contro il fumo è giusta, ma se vendessimo le bottiglie di Lagavulin (ottimo scozzese, torbatissimo, delizioso) con dentro, in sospensione, la foto di un fegato cirrotico, ci porterebbe via la neurodeliri. L’alcol, se se ne abusa, porta all’alcolismo, e l’alcolismo è causa di molti morti. Ma lo sanno tutti che un consumo ragionevole può essere gradevole e non pericoloso. Perché mai solo il fumo deve essere venduto con le tibie incrociate?

La campagna contro il fumo è giustissima, ma sarebbe anche più efficace se divenisse una campagna contro l’abuso. Ci torno dopo.

Intanto anticipo che, a questo riguardo, la denuncia la presento di sicuro. Sono andato dal tabaccaio ed ho chiesto un pacchetto di sigarette, io, che non ne fumo. Lui mi ha guardato, in modo piuttosto inespressivo, e mi ha chiesto: quali. Non importa, gli ho risposto, l’importante è che non ci sia scritto “il fumo fa male” o “nuoce gravemente alla salute”, o “provoca malattie cardiovascolari”. Non mi piacciono le mezze misure. Ne voglio uno con su scritto: “Il fumo uccide”. Me lo ha dato ed ha incassato, consapevole del fatto che il suo mestiere lo espone a contatti non sempre razionali.

Forte del pacchetto mi sono recato a trovare una persona che mi è assai antipatica. Anzi, per dirla tutta, che detesto. Ne ho sopportato l’insulsa conversazione per due ore, nel corso delle quali gli ho offerto, ed ha fumato, una decina delle sigarette prima acquistate. Gli ho anche lasciato il pacchetto. Sono passati già quindici giorni e quel signore ancora imperversa. Quindi sporgo denuncia, per pubblicità ingannevole.

Qualche anno fa era ministro della sanità un grande oncologo. Molti anni prima un oncologo era stato ministro dei lavori pubblici, e fece un ottimo lavoro. Data la natura della loro professione, ai lavori pubblici trovò ampia materia per applicare delle cure.

Il ministro, il primo, quello della sanità, si diede molto da fare per combattere il fumo, anch’egli profondendosi in allarmi e sentenze di sicuro trapasso. La scienza è una cosa bella, ma va maneggiata con ragionevolezza. Qualche anno prima, difatti, aveva preso parte ad un pranzo privato, al termine del quale un fumatore di pipa aveva chiesto il permesso d’accendere, scusandosi se, così facendo, avrebbe provocato il decesso dei presenti per fumo passivo. L’allora scienziato, non ancora ministro, acconsentito all’accensione, spiegò dottamente, dati alla mano, calcolata la quantità di fumo prodotta dalla pipa ed i centimetri cubi della stanza, ponderati con il numero (abbondante) di presenti, che quella del fumo passivo è una gran corbelleria. Evidentemente, nel frattempo, devono essere state pubblicate delle dispense d’aggiornamento.

Comunque, quel ministro si diede ad accender roghi ove incenerire il tabacco. Un giorno gli chiesero: lei cosa pensa delle droghe. Rispose: sono assolutamente contrario a proibirle.

Ora, l’evoluzione dei costumi è una bella cosa, ma la conservazione della ragionevolezza meriterebbe la creazione di un’apposita lega di resistenza. Capisco che ciascuno aspiri a passare alla storia per qualche battuta arguta e ben azzeccata, ma c’è sempre il rischio di passare alla cronaca come soggetti con le idee confuse.

Ci sono comunità per la disintossicazione dei drogati che producono dell’ottimo vino, questo non significa che vuol farli diventare degli alcolisti, ma che, anzi, s’impegna ad insegnare che le modalità d’uso sono importantissime. Le droghe si prestano pochissimo a potere essere liberalizzate (ed io sono un convinto proibizionista) perché la soglia fra uso ed abuso non esiste, o, e solo in qualche caso, è sottilissima. Lo stesso non può dirsi né per l’alcol, né per il tabacco.

Una campagna efficace, credo, dovrebbe puntare molto sul concetto di abuso. Insomma, non posso seriamente sostenere che se la sera accendo una pipa o fumo un sigaro, metto a repentaglio la mia vita, e neanche la mia salute. Si tratta, in questo caso, di un comportamento ispirato al gusto, al consumo ragionevole e selettivo, non di un comportamento compulsivo. Quest’ultimo è, invece, connaturato al consumo di droghe. Intendiamoci, la compulsività esiste anche nel consumo di tabacco, specie delle sigarette, ma va combattuto in quanto tale, non facendosi diffusori di un terrore poco credibile.

In ogni caso, il mondo che difende i drogati e ghettizza i fumatori è un mondo di pazzi, la cui salute è già compromessa.

Gli estremismi sono sempre ingannevoli, e pericolosi. Pensate a quell’antico modo di dire: fumare come un turco. In realtà non erano solo i turchi, ma i mussulmani di tutta quella regione, a fumare molto, ed a fumare del tabacco tritato, avvolto in piccoli cilindri. Si dovrebbe, ogni tanto, fumare in omaggio ai turchi, cittadini di un paese islamico che ha saputo imboccare la via della laicità, oggi martoriato dall’attacco degli integralisti.

Su questo, forse, il costume odierno dovrebbe riflettere. Bin Laden si fa sempre ritrarre in atteggiamenti bucolici, o in tende dove nulla depone, non dico nel senso del vizio, ma anche solo del piacere. Mai, nessuno dei suoi sgherri si è fatto beccare a “fumare come un turco”. Del resto, certi pazzi hanno un loro grande predecessore: il salutista, vegetariano ed antitabagista caporale austriaco cui si deve la più recente e grande tragedia europea.

Lo ripeto, le campagne contro il fumo vanno bene, sono giuste, ma quando si traducono nel combattere il male assoluto, quando pretendono di portare il bene assoluto, escono dal disincentivo a farsi del male ed entrano in un territorio ove vivono i peggiori. Quanto bello sarebbe il mondo, se solo si potesse parlare, con calma, con la forza degli argomenti, sorseggiando un the e sfumacchiando una pipa.

Grazie alla Federazione Italiana Tabaccai riprendemmo la testata Smoking, che aveva cessato di vivere, e l’abbiamo riportata alla luce. Da allora di strada ne abbiamo fatta parecchia, rispettando la periodicità ed arrivando al ventiduesimo numero (ma contiamo di andare oltre).

Fin dall’inizio l’idea non era quella di farne una rivista per maniaci, tutti concentrati a discettare di occhi di pernice od humidors. No, volevamo farne una rivista di costume, che ruoti attorno al fumo ed al buon gusto. Ebbene, oggi possiamo dire che ci sono numeri riusciti meglio e numeri meno fortunati, articoli azzeccati ed altri un po’ troppo stravaganti, ma, nel complesso, abbiamo centrato il bersaglio.

So che gli amici della FIT hanno chiesto ai loro associati quanti siano intenzionati ad averne delle copie presso il loro punto vendita, e so che le risposte sono state relativamente poche. Quelle poche corrispondono a rivendite che hanno fatto un salto di qualità, senza per questo perdere la natura profonda di tabaccheria, anzi esaltandola. Ecco, sia detto da uno che non ci guadagna niente (per me è solo un hobby) e che, quindi, non ha niente da vendere, penso che il disinteresse sia un errore.

E’ vero che il fatturato derivante dal buon fumo, dal fumo di qualità, è una quota minima del fatturato dei tabaccai, ma essi devono comprendere che è interpretando al meglio i cambiamenti del costume che più efficacemente lavoreranno per salvare lo spazio del loro mercato. Si, proprio del loro mercato esclusivo.

Guardate a cosa è successo negli Stati Uniti. Dopo le campagne contro il fumo le sigarette erano divenute il simbolo dell’umanità perdete, si diceva che solo casalinghe frustrate e portoricani si trovavano con i mozziconi pendenti dalle labbra. Ma, di pari passo con questa degradazione, si è fatta strada anche un’immagine del tutto opposta del fumatore, identificato nel vincente capace di godere la vita. Quindi nell’esatto opposto del broker cocainomane. A questo nuovo consumatore sono stati dedicate riviste di grande prestigio e costo, nuovi punti vendita, un’attenzione al marketing incrociato. Grazie a questo fenomeno il consumo dei sigari è cresciuto in modo esponenziale, per giunta in un paese che non può importare i migliori sigari del mondo. Con questo nuovo consumo è cresciuta anche la produzione, e paesi che prima erano produttori di scarsa qualità offrono oggi risultati davvero ragguardevoli. Un po’ com’è successo nel mercato del vino (ricordate lo scherno con cui si accolsero i primi bianchi californiani, be’, ora c’è poco da fare gli spiritosi).

Il mercato del sigaro è una moda, ma quella moda influisce sul costume e dà nuova legittimità a chi non si sente un criminale se si rilassa fumando. Il sigaro ha le sue complessità, come la pipa, del resto, che sono adorate dai cultori, ma rimangono ostiche per neofiti ed eterni dilettanti. Questo cosa significa? Significa che ci sono nuovi spazi di mercato per i prodotti del fumo facile. Penso, ad esempio, al fatto che noi italiani produciamo un sigaro perfetto per l’uso distratto: il toscano. Ma non si tratta, evidentemente, solo di sigari.

Ecco, allora, che Smoking si muove proprio nella traccia di questo sforzo, teso a promuovere un uso ragionevole e non dannoso del fumo, ma, al tempo stesso, teso a creare un costume accettato. E questo mi pare sia nell’interesse di tutti.

Condividi questo articolo