Idee e memoria

Il papa, Marx ed il capitalismo

Nel santuario mariano di Aparecida, in Brasile, Benedetto XVI ha aperto l’assemblea dell’episcopato dell’america latina con parole riguardanti la famiglie e la missione della chiesa. Ha anche aggiunto che sia il marxismo che il capitalismo hanno fallito nella promessa di portare giustizia in questo mondo. E su tale giudizio dissento.

Immagino che “marxismo” sia stato utilizzato quale sinonimo di “comunismo”, il che è politicamente legittimo, ma culturalmente meno. Il pensiero di Marx è imponente e complesso, e di certo egli cedette ad un errore che lo accomuna a molti altri pensatori (precedenti, contemporanei e successivi), ovvero al credere che possa mai esistere un mondo di eterna giustizia ed immutabile equilibrio, da conquistarsi con le armi della politica e dell’economia. Ovunque e da chiunque si tenda a quest’ipotesi non si fa che spargere sangue, creare miseria, umiliare la libertà. Il comunismo fu (ed ancora è) l’incarnazione di quest’incubo. Si dovrebbe dire, dunque, che più che un fallimento si tratta dell’essere divenuto evidente a tutti quel che già lo era ai pensatori forti e liberi che lo videro nascere.
Il capitalismo, invece, non mi pare affatto abbia fallito. Intanto perché non poteva. Il capitalismo non è un’ideologia, ma un sistema di produzione che presuppone l’esistenza della libertà. Che il meccanismo, da solo, porti all’eccesso di concentrazione e ad una forte sperequazione dei redditi era noto ai pensatori liberali fin dagli albori. Difatti, nel mentre difendevano la libertà del capitalista dagli Stati assoluti, dalla loro voracità nel possedere e tassare, sostenevano anche la necessità di regole e leggi che mantengano la libertà del mercato. Che il meccanismo produttivo, da solo, non sia in grado di portare giustizia ed equità era noto ai politici statunitensi che lanciarono il new deal e la grande società, ed era noto agli europei che costruivano lo stato sociale. Che i soldi del mercato non siano sufficienti a garantire lo sviluppo e l’affrancamento di tutti (tutti) dai bisogni essenziali era noto a Keynes già prima della seconda guerra mondiale.
Il capitalismo, dunque, non ha fallito manco per niente, ma si è dimostrato capacissimo di produrre ricchezza. Il trattare quella ricchezza è questione diversa, che attiene alla politica e non al mercato, ed è il motivo per cui i tanti che straparlano di mercato ignorando questo fondamentale presupposto semplicemente non sanno quel che dicono. Fare, però, del “capitalismo” un sinonimo di “debosciato edonismo” o di “cupidigia del denaro” non è legittimo, ed è su questo che Ratzinger ha sbagliato.
Ho molte volte ripetuto che a lui ed a tutte le fedi va riconosciuta assoluta libertà di parola, e non ci si deve né spaventare né scandalizzare se gli uomini della religione tentano di far valere nel presente il peso delle loro parole. E’ normale. Ma Ratzinger stia attento a non forzare la mano fino a far credere che vi sia una superiorità intellettuale, morale e storica della sua religione rispetto alle conquiste garantite dal progresso, capitalismo compreso. Perché su questa strada egli finisce con l’incontrare i nemici del nostro mondo, che sono i nemici della libertà, anche religiosa, ed anche i suoi nemici. Il pensiero religioso è assoluto, quindi non facile da maneggiare. Ad Aparecida gli è sfuggito di mano.

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