Idee e memoria

Il vero album delle Brigate Rosse

Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, sostiene, adesso, di avere detto tutto, e di averlo fatto in “Che cosa sono le Br”, un libro intervista realizzato con Giovanni Fasanella, che raccoglie anche una postfazione di Rosario Priore.

La prima sensazione è di un certo fastidio, perché Franceschini non è alla sua prima prova editoriale e, quando si è tanto sbagliato, nella vita, si dovrebbe avere la cortesia di non fare dei propri ripensamenti una specie di serial. Queste memorie a singhiozzo sono un po’ stucchevoli.

Ma la stagione della violenza politica e del terrorismo ha così profondamente segnato le nostre vite, ha così sfregiato la storia nazionale, da meritare la pasienza dell’ascolto. In questo caso Franceschini qualcosa in più ce la dà, benché a me non paia che si posa parlare di pagine chiare e sincere. Interessanti,però, questo sì.

La storia delle Brigate Rosse sorte da una costola della sinistra comunista (il celeberrimo “album di famiglia”, di cui parlò Rossana Rossanda), nate da uomini e donne che avevano militato nel pci, ma che volevano andare oltre, ancora impastati di mitologia partigiana, l’abbiamo già sentita raccontare un sacco di vole. Ce l’ha raccontata lo stesso Franceschini, ce la raccontarono i Curcio, i Moretti, le Braghetti, i Morucci, le Faranda. Ho sempre pensato che questa versione dei fatti è tanto vera quanto incompleta ed insoddisfacente. Se così fossero veramente andate le cose, di quei quattro cretini con il mitra ci saremmo liberati in fretta. Di quella setta d’imbecilli, che credevano nella rivoluzione comunista in Italia, non sarebbe rimasta neanche l’ombra, se non avessero potuto disporre di soldi, appoggi e coperture di diverso livello.

E qui il Franceschini di oggi dice qualcosa in più. Dice che i rapporti internazionali delle Br primordiali erano dati in gestione a Giangiacomo Feltrinelli, il quale aveva più di un legame con Cuba e con i servizi segreti dei paesi comunisti. Insomma, quel Feltrinelli non era il figlio di famiglia ricca che preso da crisi di nullafacenza s’era innamorato di un ideale e, colpito da rincoglionimento cronico si aggirava in anfibi per Milano, era anche un agente attivo, fiancheggiato da personaggi di cui non si è mai indagata l’identità. E qui vorrei aprire una parentesi: il nostro è un Paese senza memoria, al punto che, riaperta la vecchia Galleria Colonna, a Roma, e dedicatala ad Alberto Sordi, vi si trova una libreria Feltrinelli nei cui sotterranei era possibile ammirare le foto del tritolizzato Giangiacomo; si dirà che l’amore della moglie e del figlio non possono essere discussi, ma a me pare che se qualcuno apre un locale ove si ricordano le gesta del pedofilo belga, con annesse foto che lo ritraggono insieme alle bambine che tanto amava, in barba ad ogni rispetto dell’eventuale commozione familiare, quella roba lì la smontano in un batter d’occhi. Chiusa parentesi.

Comunque, appunto, il Feltrinelli salta in aria assieme all’esplosivo con il quale voleva far saltare i tralicci della luce. Malattia professionale, in un certo senso. Ma il suo posto non resta vuoto, ci dice Franceschini, viene occupato da Corrado Simioni. Questo Simioni pare sia un essere superiore: parla correntemente il latino, studia per anni filosofia e teologia, in tedesco, ed ha la fissazione di dominare dall’esterno, da dietro le quinte, il giuoco sanguinario del terrorismo politico. Secondo Franceschini il Simioni ci riesce, facendo fuori lui stesso e Curcio e mettendo al loro posto Moretti. Il rapimento di Moro, dunque, viene pianificato e gestito da cotale mente, e realizzato per il tramite del braccio Moretti. E la mente se ne risiede a Parigi, prestando la sua attività all’Hyperion. Il che starebbe a significare che Bettino Craxi vide giusto, tanto più che conosceva Simioni, che era stato socialista a Milano.

E fin qui, ci siamo. Dove il racconto di Franceschini zoppica è nel far lo gnori circa i veri contatti internazionali di Simioni. Divaga, va dal Mossad al Kgb, lascia intravvedere la Cia. Costruisce, quindi, un tessuto che non sta in piedi. Cosicché, alla fine, si ha l’impressione che sia l’ennesima ricostruzione tesa a lanciare messaggi trasversali in un mondo che ancora esiste. Già, perché i Curcio, i Moretti e compagnia mortifera cantante, sono ancora qui. In compenso Franceschini ci comunica che nessuno di loro ci ha ancora detto tutto e questo, in un Paese ove la giustizia funzionasse, sarebbe un ottimo motivo per non lasciar loro la libera vista del sole.

Franceschini dovrebbe sforzarsi di ricordare meglio da dove venivano i soldi di cui le BR poterono disporre. E’ vero che loro facevano le rapine, ma non è credibile che accumulassero più dei Vallanzasca o dei Maniero. Invece si sforza ancora di sembrare un puro, un non corruttibile, magari in errore, ma in buona fede. Tesi, questa, che è quasi più ridicola che incredibile.

Ma il libro è interessante, lo dicevo, apre qualche squarcio nel quale è utile gettare l’occhio. Come quando parla di Malagugini e di De Vincenzo. Il primo era il responsabile affari dello Stato per il pci, nonché uomo che mantenne contatti e comunicazioni con i militati delle BR. La qual cosa mi ricorda la durezza antibrigatista di un uomo serio come Giorgio Amendola, a sua volta terrorizzato dal fatto che si scoprissero i comuni referenti internazionali del pci e delle BR. E quei referenti erano tutti legati al comunismo sovietico, alla sanguinaria dittatura che finanziava le attività lecite del pci e quelle illecite dei terroristi. Perché non si prova a far qualche passo in avanti in questa direzione?

E chi è Di Vincenzo? E’, od era, un magistrato, lavorava, o lavora, presso la procura di Milano e, a detta di Franceschini, si limitava a fare lo stretto indispensabile guardandosi bene dal rompere le uova nel paniere brigatista. Allo stesso Di Vincenzo il pci Malagugini vorrebbe indirizzare i brigatisti affinché la resa non sia per loro onerosa. Insomma, un magistrato legato alla strategia politica del pci. Questo secondo le parole di Franceschini. Ora, confesso la mia ignoranza, non so che fine abbia fatto questo Di Vincenzo: è vivo od è morto? Se è morto bisogna che qualcuno ne tuteli la memoria, ma se è vivo, magari ancora in magistratura, magari arrivato in Cassazione, cosa si aspetta a stabilire se Franceschini è un pazzo calunniatore o, al contrario, vestiva la toga della giustizia borghese un fiancheggiatore dei terroristi? E perché non ho letto questa banale ed ovvia considerazione da nessun’altra parte?

Condividi questo articolo