Idee e memoria

In Croce

Questa storia del crocefisso dà un certo voltastomaco, tanto perché se ne ribadisce la legittima affissione nelle aule scolastiche richiamandosi ad una legge fascista, quanto per l’idea che sia un giudice operante a l’Aquila ad incaricarsi di fare il legislatore; tanto per i relitti di una sinistra che cita Croce a sproposito, quanto per un ministro della Giustizia che invia ispettori a perdere tempo.

Dà il voltastomaco una politica, ed un dibattito civile, che si svolgono al ritmo di un talk show, oramai ignorando i confini fra la battuta ad effetto ed una tesi un minimo meditata.

Quando andavo a scuola toglievamo il crocefisso, e lo riponevamo nel cassetto della cattedra. Eravamo ragazzi, come tutti quelli che vanno a scuola, e non è che ci stessimo a ragionar troppo. Era più che sufficiente sapere che quel simbolo se ne stava attaccato al muro a causa del concordato fra la chiesa cattolica e lo stato fascista. In quel testo, richiamato poi dalla Costituzione repubblicana, si stabiliva che quella cattolica era la religione degli italiani. Noi pensavamo fosse un sopruso, una negazione delle altre parti della Costituzioni, e staccavamo il simbolo.

Il concordato è stato poi rivisto, e quell’esclusiva di fede è caduta. Non il simbolo. Che io sappia la cosa non è più molto contestata (e se fossi nella chiesa me ne preoccuperei, perché nulla è peggio dell’indifferenza, della trasformazione della fede in rito insignificante), ma c’è una novità: essendo, per fortuna, divenuti un Paese multiraziale e multireligioso, qualcuno sente la mancanza dei propri simboli, o si sente infastidito da quelli altrui. Tema complesso, terreno interessante per il mondo laico, per sua natura desideroso di uno Stato non confessionale. Invece che cosa ci tocca leggere ed ascoltare? Che il crocefisso è il simbolo dell’occidente, che la cristianità è il succo della nostra civiltà, ed altre corbellerie da ignorantoni con il botto; ci tocca sentire benedetto Croce in bocca a chi non lo ha mai letto, riducendo la conoscenza al solo titolo di un articolo.

E veniamo al giudice aquilano. Se egli avesse sollevato il dubbio di costituzionalità su una legge, non si sarebbe che potuta riconoscere la fondatezza del suo rilievo. Ma, oramai, in Italia, ogni giudice crede d’essere fonte del diritto. Nessuno risponde a nessuno, e si crede che sia un rimedio l’esistenza di un grado successivo di giudizio, quando, invece, è anche questa causa dell’indeterminatezza assoluta. Questa è una malattia profonda, che mescola ignoranza ed arroganza, avvelenando la giustizia italiana. A fronte di questo si può pure attendere che qualcuno dia del matto ai magistrati, per montare su lo scandalo dello sproposito, ma la sostanza non cambia: il sistema è impazzito. E’ la politica, se non vole ancora suicidarsi, a dovere porre rimedio.

Che fa il Ministro? Annuncia un’ispezione. Allora, sarà bene che qualcuno gli spieghi che le ispezioni s’inviano non dove si decidono sentenze che lui non condivide, perché questo è esattamente quel che lui non può e non deve fare. Le ispezioni si mandano dove si suppone possano esservi irregolarità, o per normale routine. Che irregolarità vuol scoprire, all’Aquila? Magari scoprirà che il giudice è, anch’egli, una toga rossa. Dopo averlo scoperto lo denunceremo alla memoria di Palmiro Togliatti, che volle il concordato fascista nell’articolo 12 della Costituzione.

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