Idee e memoria

Razzismo e diritti umani

Da troppo tempo, alle Nazioni Unite, non solo si parla, ma si lascia che a guidare le politiche contro il razzismo siano regimi che opprimono popoli interi. Che a dettare legge sui diritti umani siano soggetti che li negano ai propri cittadini. Il fallimento della conferenza ginevrina, da questo punto di vista, potrebbe essere un ottimo punto di partenza: basta, finiamola di credere che con i dittatori siano politicamente, istituzionalmente e moralmente equiparabili alle democrazie.

E smettiamola anche con l’odioso ed appiccicoso relativismo: le democrazie sono sistemi istituzionali migliori. Imperfetti quanto volete, ma superiori ad ogni altra organizzazione statuale.
Il governo italiano ha fatto benissimo a disertare le sale di Ginevra, come deciso anche da israeliani, statunitensi, canadesi ed australiani. Come, sia pure in ritardo, hanno voluto fare anche olandesi e tedeschi. Francesi ed inglesi, invece, hanno sbagliato, con il risultato di dovere abbandonare la sala quando il solito Ahmadinejad ha pronunciato parole prevedibili, scontate, mortalmente monotone. Anzi, ieri è stato anche moderato, perché solitamente promette la cancellazione d’Israele dalla carta geografica, aggiungendo che gli iraniani hanno il diritto di dotarsi della tecnologia atomica. Con gente di tal fatta, con regimi spietati ed aggressivi, non ci si siede a parlare di razzismo e di diritti umani. Li si combatte. Con le buone o con le cattive, e la seconda opzione non deve far paura, perché di spaventoso c’è solo che vadano avanti.
Diranno, i soliti luogocomunisti: e che fine fanno il dialogo, la convivenza, il rispetto della diversità? Si buttano. Perché quella è roba positiva, anzi vitale, fra popoli e governi che riconoscono ed applicano la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Mentre non sento affatto il bisogno di farmi spiegare i valori della famiglia da chi fucila due adulti che si suppone siano adulteri. Non mi faccio spiegare le politiche contro il razzismo da chi impicca gli omosessuali. Non ammetto che a dire qualche cosa di sensato sui diritti delle minoranze siano cubani che mettono in lager tropicali gli scrittori ed i poeti. Oltre agli omosessuali, perché le dittature hanno questo in comune: il fallo nel cervello.
E vado oltre: il mio dovere di uomo libero non è quello di dialogare con questi dittatori, bensì quello di essere al fianco di chi vuole liberarsene. E non basta: il mio dovere è anche quello di battermi per un mondo in cui non vi sia discriminazione, né per razza (l’unica che esiste è quella degli imbecilli, equidistribuiti per colore), né per idee politiche, né per religione. C’è un solo mondo in cui questo è possibile: le democrazie e lo Stato laico. Pertanto, se qualcuno se la prende con un immigrato, perché islamico, io sono al financo di questo ospite, cui intendo garantire ogni diritto, posto che gli chiederò di rispettare le nostre leggi. Ma se, come capita più spesso, i regimi islamici puniscono, anche con la morte, chi si converte ad altre religioni, o rendono impossibile costruire luoghi di culto diversi, allora mi scaglierò contro quelli. E quando mi accuseranno d’islamofobia, com’è capitato, ne trarrò una ragione in più per insistere, giacché è nella mia parte del mondo che molti cominciano a non sapere più cos’è la libertà e quanto vale. Si credono “aperti”, invece sono ciechi.
Quando i neri del Sud Africa chiedevano la fine della segregazione, eravamo al loro fianco. Quando il governo di quel Paese, in mano ai neri, impedisce l’ingresso a stranieri che disturbano i cinesi, con i quali sono in affari, noi siamo contro di loro. Che siano neri o gialli non me ne importa nulla, perché, appunto, non siamo razzisti. Ma se pensano d’intortarci con il vittimismo dell’islamico o del nero perseguitato, occorre saper rispondere. Molto spesso, all’Onu, non ne sono stati capaci. Così abbiamo accettato che criminali e torturatori ci dicessero la loro, con il ditino alzato. Era ora di finirla. Ginevra è un buon inizio.

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