Idee e memoria

Zivago e la Cia

Non ho mai avuto nulla contro la Cia ed ho sempre trovato spassose le ricostruzioni dietrologiche che vedono l’Agenzia recitare ruoli malefici ed onnipotenti, ma la notizia, tratta da un lavoro di ricerca fatto da Ivan Tolstoj (nessuna parentela), secondo la quale avrebbe lavorato anche per far ottenere il nobel a Boris Pasternak quasi mi commuove.

A trattenermi dalle lacrime è il fatto che non mi tornano molto i conti, perché “Il dottor Zivago” è stato pubblicato nel 1957, dopo che l’autore ne aveva inviate diverse copie clandestine in occidente, e Pasternak vinse il nobel l’anno successivo, pertanto non è decisivo che la Cia sia riuscita ad averne una copia, in quello stesso periodo, facendo atterrare a Malta un aereo nel cui bagagliaio contava di trovarla. Ma, insomma, se lo fosse stato, onore alla Cia. E se anche non fu decisivo, onore lo stesso, perché l’intento era più che buono.

Come si sa, Pasternak fu costretto dalle autorità comuniste a rifiutare il premio assegnatogli dall’accademia svedese, il libro rimase illegale fino al 1987, ed il figlio, Yevgeny, poté ritirarlo solo nel 1986. Trenta anni per avere accesso ad un premio letterario, già questo da solo racconta in quale pozzo di barbarie il comunismo aveva affogato il popolo che dominava. Zivago, poi, è un capolavoro, un testo nel solco della più grande tradizione letteraria russa, colmo di intramontabili ritratti umani (quanti Komarovsky hanno continuato a far affari, e quanti sono oggi allopera?!), ma non un testo strettamente anticomunista, o antisovietico. Il suo filo conduttore resta la libertà del poeta, il suo travaglio sentimentale, il suo sforzo di guardare con occhi incantati la realtà, la sua voglia di salvare quel che di umano c’è sempre, anche nel furore della rivoluzione e della guerra. E’ una grande opera che parla di poesia e di libertà, niente affatto indulgente con la Mosca zarista. Ma per i dittatori comunisti era sufficiente il richiamo alla libertà, il desiderio disperato di mettere in versi l’umanità.

Pasternak non è affatto un caso isolato. La dittatura perseguitò e sterminò molti altri intellettuali, poeti, musicisti, pittori, scienziati. Resta nella memoria quell’ultimo sforzo, quegli ultimi passi con cui Bulgakov, sorretto dalla moglie, volle accertarsi del nascondiglio sicuro in cui aveva messo il suo “Il maestro e Margherita”, per difenderlo dai barbari al governo, poi si stese, non si mosse più e morì. Quel che è rimasto delle loro opere lo si deve o all’essere state seppellite o all’essere state messe in salvo da coraggiosi che le portavano verso terre di libertà. A questo collaborò la Cia? Che sia benedetta.

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