Il commento di oggi

Contado

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Gli agricoltori tedeschi invadono Berlino con i loro trattori, protestando dopo il ritiro dei contributi per l’acquisto del gasolio. Intanto i cinesi invadono il mercato con le loro vetture, nel settore elettrico superando Tesla (per esportazioni nel quarto trimestre 2023). Sembrano questioni distanti – il diesel e l’elettrico – eppure hanno in comune la cosa più importante: l’uso della spesa pubblica e della fiscalità. Che sono materie politiche, se solo la politica se ne occupasse per quel che significano e comportano. La scelta consiste nell’usare quegli strumenti per difendersi (bloccando) o per competere (contrattaccando). Una scelta che si riflette negli interessi di ciascun europeo, cittadino di un mondo produttivo e consumatore al tempo stesso.

I governi – Ue compresa – non possono fare il prezzo del gasolio, come di gran parte delle materie prime. Il prezzo lo fa il mercato, tenuto presente che i produttori sono in buona parte lontani, non solo geograficamente. Perché ci fosse un accordo sul prezzo massimo del gas – che già è una forzatura – c’è voluta una guerra.

Se un governo decide di sussidiare l’acquisto di gasolio, per gli agricoltori o i trasportatori, non farà che distribuire su altri la differenza fra il prezzo reale e quello agevolato. Una parte di quel gasolio sarà pagato da cittadini che non hanno né trattori né camion. Ha senso? Lo ha se si tratta di misure temporanee e destinate a evitare che un settore produttivo vada fuori mercato e fallisca, arrecando un danno collettivo. Si aiuta a superare quel momento, poi ciascuno riprende a camminare con le proprie gambe. Magari i consumatori non se ne accorgono subito, ma il prezzo dei prodotti agricoli sarà aumentato anche restando fermo. Se ne accorgeranno quando vestiranno i panni del contribuente. Il problema è che ritirare i sussidi è difficile, come in Germania si dimostra e come si dimostrerebbe anche in Italia, se lo si facesse. È difficile perché protesta sempre chi cessa di ricevere, non chi continua a finanziare. Che è uno degli effetti psichedelici della droga contenuta nel debito pubblico.

Per difendere i ‘nostri’ produttori di autovetture – ma ‘nostri’ di chi? – e contrastare il fatto che i cinesi usano il dumping, ovvero una prezzatura inferiore per conquistare mercati, si possono imporre dazi usando l’arma fiscale. Significa anche, però, imporre a un nostro consumatore di non prendere quel che considera più conveniente e di pagare di più. Si tende a dimenticare che se c’è chi produce con costi inferiori poi c’è chi compra a prezzi inferiori. Posso alterare la concorrenza anche sovvenzionando le imprese autoctone o predisponendo bonus che abbassino il prezzo effettivamente pagato, ma significa che una parte dell’auto la pagherà il contribuente che va a piedi.

In un caso come nell’altro, quindi, come mi muovo sbaglio? Non si deve usare la spesa pubblica e la fiscalità? No, significa che se ne dovrebbe discutere la finalità. A parte i fenomeni contingenti, che comportano la celere concessione e il veloce ritiro dei contributi, è sbagliato usare quelle leve per cercare di fermare il mondo e l’innovazione. Così si può solo che diventare poveri, essendo già stati fessi. Si può e si deve usare quegli strumenti per favorire la competitività, quindi l’innovazione. Dalla genetica in agricoltura alla tecnologia delle batterie, favorendo investimenti in ricerca e sviluppo che non fuggano la competizione ma permettano di vincerla.

Altrimenti si torna al contado, alla proprietà feudale che supponeva d’avere un diritto per nascita e non riteneva ammissibile che lo si mettesse in discussione. Hanno fatto una brutta fine e i soli che ancora lavorano le terre avite sono quelli che ci hanno investito e hanno innovato. Noi, oggi, siamo ben più ricchi dei cinesi e coltiviamo con tecniche innovative, ma ci raccontiamo come poveri e facciamo finta di credere che i pesticidi siano naturali e gli organismi geneticamente modificati demoniaci. Così ci si fa del male.

Davide Giacalone, La Ragione 13 gennaio 2024

 

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