Il commento di oggi

Frontiera

Reagendo alla guerra di Putin, l’Unione Europea si è riscoperta più forte e più veloce di prima. Il treno sta per partire e adesso vogliono salirci tutti.

Il treno è in fase di decollo. La storia ha riproposto il suo peso, il continente europeo è sottoposto alle tensioni che quella e la geografia gli hanno riservato, per secoli. La grande novità, la pagina di storia che si sta già scrivendo, magari senza che i contemporanei ne siano tutti consapevoli, consiste nell’unità fra europei.

Non abbiamo creato una guerra e non ci è sfuggita di mano, la stiamo subendo e abbiamo deciso di prenderla in mano. Quel treno che ha portato a Kiev i leader dei tre più grossi Paesi europei – tre governi in pace che si addentrano in territorio di guerra, preceduti da tutte le autorità dell’Unione europea – è in fase di decollo. Allacciate le cinture.

Quando il governo italiano, superate iniziali difficoltà, sostenne la necessità di ammettere subito l’Ucraina allo status di Paese richiedente l’ingresso nell’Unione, la reazione di diversi fu di scetticismo quando non di diniego.

La Francia fece osservare che i tempi sarebbero stati lunghi, la Germania fece presenti le difficoltà, giusto per non tirare in ballo l’inopportunità. Si veniva da settimane difficili, con l’Ungheria che aveva provocatoriamente ritardato l’adozione del sesto pacchetto di sanzioni. Fu in quel frangente che si segnalò un cambio di passo istituzionale: la Commissione Ue prendeva la guida dell’operazione, con la sua presidente che andò di persona a consegnare i moduli da compilare. Gesto simbolico ma di netto significato. E il Parlamento europeo è stato veloce nel votare a favore dell’ingresso ucraino. L’Ue delle istituzioni comunitarie aveva preso in controtempo quella bilaterale e delle istituzioni governative. Non una cosa da poco.

Tanto più che si tratta proprio di quelle istituzioni solitamente (e assai superficialmente) accusate di burocratismo e lentezza. Ma occorre essere ciechi alla storia per non vedere che una cosa è governare, regolare e organizzare un mercato interno, con gli interessi materiali che, giustamente, sopravanzano le declamazioni ideali, altra è rispondere a un attacco dall’esterno.

Si è lamentata (anche in questo caso superficialmente) l’inesistenza di una politica estera europea, facendo finta di non sapere che quella materia non era stata delegata all’Unione: era gelosamente nazionale, ciascuno alla ricerca dei propri migliori equilibri. Tutto questo scompare quando nessuno è lontanamente in grado di far fronte da solo alle necessità di una sfida armata. La svolta è nei fatti e che, in questo frangente, l’Italia faccia da apripista non è determinate ma inorgoglisce.

A dar retta ai sovranisti, dopo Brexit era iniziata la disgregazione. Poco tempo appresso c’è la fila per entrare. Tanto che taluno, non a torto, lamenta d’essere stato scavalcato. Ciò porta delle conseguenze. Non solo in vista di un ulteriore allargamento dei membri, ma anche solo per la crescita delle competenze e delle responsabilità, ivi compresa l’accensione di debiti variamente a garanzia comune: il sistema decisionale e l’organizzazione istituzionale non possono che essere aggiornati.

Sulle questioni “costituzionali” dovrà restare la regola dell’unanimità, ma sul resto si imparerà a procedere a maggioranza. L’esempio è quello del vertice della Banca centrale europea, che ha dato ottima prova di sé. Tutto questo è avvenuto a una velocità impressionante. Putin ha scatenato un inferno nel quale resterà seppellito. Purtroppo portando morte, distruzione e inciviltà. Sarà compito della prossima generazione d’europei aiutare i russi a uscire dalla vergogna in cui li sta cacciando.

Compito presente, nel mentre le bombe esplodono, è gestire l’allargamento a Est senza che cambi l’ancoraggio a Ovest, quindi alla Nato. Così come far crescere l’operatività europea, senza lasciare indietro la sua natura democratica. Siamo nei pressi di una nuova frontiera.

Davide Giacalone, La Ragione 25 giugno 2022

 

 

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