Ecco un’ulteriore dimostrazione del perché l’aggressione della Russia all’Ucraina non può risolversi con una vittoria dell’aggressore. Non (solo) per una questione di principio, ma per una praticissima ragione di sicurezza e di civiltà.
La convenzione di Ottawa (1997) stabilì la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione e vendita delle mine antiuomo. Non che esistano armi “umane”, ma quelle mine hanno l’inumana capacità di colpire chiunque e anche dopo la fine dei conflitti. Non si contano i bambini uccisi o storpiati da quelle mine. 164 i Paesi che ne fanno parte, 133 quelli firmatari. Una conquista di civiltà. Non pose fine alle guerre, ma almeno a quel modo di massacrare.
L’Ucraina era fra i Paesi aderenti. Ora ne esce. Non può non uscirne, perché la Russia non ha mai accettato quel trattato e usa massicciamente le mine antiuomo in Ucraina, sicché chi si difende si trova in condizione d’inferiorità perché aderendo alla civiltà rinuncia ad un’arma.
Far prevalere la Russia, considerare razionale e realistico sollecitare concessioni territoriali, concedendo una vittoria (almeno parziale) alla Russia, in queste condizioni, non è affatto razionale, perché significherebbe far saltare a catena tutti gli accordi sull’uso delle armi e il diritto di guerra stesso. Significherebbe ammettere che pur di vincere ogni atrocità è lecita. E, con questo, avremmo concesso alla Russia la più trionfale delle vittorie: quella contro la convivenza fra i popoli. Per noi un suicidio.
Davide Giacalone, La Ragione 1° luglio 2024
