Il commento di oggi

Scampati

Scampati

Radere al suolo un campo rom, come ogni accampamento non autorizzato e baraccopoli abusiva, è la cosa più semplice che ci sia. Ed è pure giusto, perché nessuno deve vivere in un campo o in una baraccopoli. In special modo i bambini. Il fatto è che si possono cancellare i campi, non gli accampati. Quindi si deve trovare loro una diversa collocazione. E noi non saremo scampati all’insopportabile ipocrisia dei cattivisti e dei buonisti fin quando i primi non diranno come affrontare il problema e i secondi come pensano di tutelare la sicurezza di quelli che stanno attorno a campi e baraccopoli e la dignità di quelli che non ci restano per vocazione, ma per assenza d’alternative.

I quattro bambini che hanno rubato una macchina e ucciso una donna sono dei Khorakhanè. Più di trent’anni fa Fabrizio De André dedicò loro una canzone, che porta proprio quel titolo. Una bella poesia, con una musica evocativa e dolce. Il campo dove abitano è descritto come «pozzo di piscio e cemento». E il genovese non è certo assimilabile ai cantori del cattivismo armato di ruspe. Nessuno ama vivere in un pozzo di piscio e cemento o andare «a caritare».

Molte di queste persone sono giunte in questa parte d’Europa dopo che nei Balcani prese piede la persecuzione serba dei musulmani, avviando una pulizia etnica che colpì anche gli albanesi e contro cui noi italiani partecipammo con azioni armate. Non sono gitanti e neanche romanticheria circense. Quello da cui arrivano i quattro non è neanche un campo, ma un accampamento dove ci sono donne e bambini. I maschi adulti non sono andati via: sono in galera. Una situazione d’inciviltà che non è civile tollerare, ma neanche è possibile vaporizzarla, come dimostra il fatto che chi lo propone è spesso al governo e i campi restano dove sono o ricompaiono. Come le baraccopoli, esistono perché fanno comodo, evitando che ci si ponga il problema di dove altro metterli.

Facilissimo individuare quei campi. Facilissimo sapere dove sono sorte le baraccopoli che ospitano tanti irregolari. Facilissimo dire che si deve farla finita. Il difficile è indicare cosa succede dopo. Terribilmente ipocrita invocare la compassione, sperando che nasconda l’evidenza: gli abitanti di quei pozzi sono un pericolo pubblico e lo sono anche i bambini. Come si è tragicamente dimostrato. Chiunque affronti questo problema volendo far credere che basti la faccia feroce o il cuore tenero è soltanto un imbonitore che prova a vendere illusioni, un politicante che vive della contrapposizione con l’altro mestatore, in un accoppiarsi di soggetti e parole di desolante inutilità.

E no, non c’è una soluzione che consista in una sola decisione. Questo non è un problema che si risolve o che scompare, ma va gestito. Mentre non gestirlo, non affrontarlo, comporta il crescere di ostilità che sono solo in parte pregiudizi, basandosi su dati di fatto. Per forza che presso quella popolazione l’incidenza criminale è superiore alla media nazionale, dato che vivono nel migliore dei casi d’accattonaggio e in gran parte di furti. Per forza che nessuno li vuole vicini, intanto perché averceli significa vedere crollare il valore della casa di cui si sta ancora pagando il mutuo e poi perché si scarica il problema nelle aree dove vivono i meno protetti. O, se preferite, i meno ricchi. E non sanno cosa farsene di una destra di burbera incapacità e di una sinistra di compassionevole nullità.

Un passo alla volta. Quei bambini non andavano a scuola, eppure ne avrebbero bisogno e diritto a tempo pieno. Da noi non deve essere consentito e chi non manda i figli a scuola ne deve perdere la potestà, offrendo ai piccoli case famiglie decenti e coetanei con cui non andare a rubare macchine. Nel loro interesse, ma anche nel nostro. E in quello dell’idea che desideriamo conservare di noi stessi. Non è questione di cattiveria o bontà, ma di umanità e legalità.

La sicurezza è un diritto di tutti, compresi quei bambini, non un privilegio di chi può pagarsela. Perché si sia tutti scampati alla barbarie.

Davide Giacalone, La Ragione 15 agosto 2025

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