La fine dell’anno è senza fine e la si festeggia perché è l’inizio di un nuovo anno. Auguri. Senza fine è anche il vuoto legislativo relativo al fine vita. Pure il 2025 se ne va senza che si sia provveduto e anzi – come dimostra la sentenza della Corte costituzionale sulla legge della Toscana – con le cose che degenerano. Un vuoto legislativo colmo di viltà politica e insensibilità umana, salvo parlare tutti di due famose gemelle che hanno scelto di finirsi. Poi passa il clamore e si gira pagina senza averla scritta.
La scelta di scriverne in queste ore di festa non è dovuta al volerle guastare. Lo facciamo perché il 2026 dovrà essere l’anno della legge. O sarà l’anno del disonore. Va tolto il tappo all’ipocrisia e assaporato il calice della responsabilità.
Sia in Germania (per restare al caso delle gemelle) che in Italia manca una legge e si procede sulla base delle sentenze costituzionali. Solo che in Italia la Corte ha fissato i paletti che guidano le ragioni per cui si può essere assistiti nel trapassare, fissando princìpi su cui tutti farebbero bene a riflettere con attenzione: stabiliscono che deve essere chiara e libera la volontà dell’interessato, evidenti la diagnosi senza speranza di guarigione e la sofferenza indotta dalla propria condizione. Quindi non s’accorcia la vita, s’accorcia la morte. Mentre in Germania la Corte ha stabilito che il diritto a essere assistiti non dipende da condizioni oggettive, salvo accertarsi la reale e non passeggera volontà. Per questo in Italia ci sono stati 20 casi, mentre in Germania 1.200. Sebbene ci sia da dubitare sul quel numero 20, perché l’assenza di una legge produce due mostruosità: a. ci sono Regioni che hanno stabilito una procedura e altre no (e che avessero il diritto e il dovere di farlo lo conferma la Corte bocciando il ricorso del governo contro la legge toscana), sicché s’è regionalizzato anche il diritto a non soffrire inutilmente; b. tale vuoto perpetua quel che c’è sempre stato, ovvero il procedere nell’ombra della pietà e della ragionevolezza, il che aumenta il rischio di abusi.
Dire d’essere contro una legge che regoli l’assistenza in fine di vita perché si è favorevoli al rispetto della vita non ha alcun senso. Semmai fa senso. È una vigliaccata retorica, che cancella l’inaggirabile: se una persona non è nelle condizioni di fare da sé, se perde il diritto alla dignità e alla non sofferenza, quello diventa un dovere per gli altri. Lo sanno benissimo in tutti i luoghi in cui si fa assistenza sanitaria, ivi compresi quelli riconducibili alla cattolicità. Lo si ignora soltanto in Parlamento, rifiutando l’assistenza e svilendo il proprio ruolo.
Il fine vita non è il suicidio assistito. Sono due cose molto diverse. Si può ben pensare che in assenza di malattia e dolore non si consenta l’assistenza al farla finita (come per le due gemelle), così come si può pensarla diversamente. Personalmente non desidererei accedere al bollo statale e all’apposita burocrazia del farla finita. Epperò il fine vita di chi soffre non c’entra niente con quel dilemma ed è un dovere per gli altri ancora prima che un diritto per chi ci si trova. Al tempo stesso si deve evitare che basti una diagnosi infausta e una comprovata sofferenza per eliminare una persona. Questa è la ragione per cui chi rende impossibile la legge è anche chi non ha alcun rispetto per la vita.
Non è una legge facile e, di sicuro, non si presta al consueto schiamazzare delle propagande. Non ha neanche nulla a che vedere con gli schieramenti. Meno ancora la morte è una specie di diritto da festeggiare. Ma è parte della vita e non può essere abbandonato chi non può più determinare la propria sorte. Non è una legge facile, ma è facile capire che non merita rispetto il legislatore che rifiuta di misurarsi con questo tema.
Questa agonia morale collettiva non può essere senza fine. Sapere affrontare gli aspetti più difficili e accidentati della vita non inibisce l’allegria e il festeggiare. È il non saperlo fare che li esclude.
Davide Giacalone, La Ragione 31 dicembre 2025
