Il commento di oggi

Viva la Russia

C’è una scelta degli ucraini che non condivido: privare i propri artisti, in giro per il mondo, di non interpretare, mettere in scena ed eseguire opere di autori russi.

Siamo totalmente, senza il minimo dubbio, al fianco del popolo ucraino e del suo governo. Non esito a manifestare ripugnanza verso chi, nel nostro mondo libero, riesce a trovare distinguo e pretende il distacco di un impossibile, inammissibile e immorale terzismo. C’è però una scelta degli ucraini che non condivido e che credo farebbero bene a correggere in fretta. Non so come sia nata: è comprensibile lo stato d’animo, ma resta un grave errore chiedere ai propri artisti, in giro per il mondo, di non interpretare, mettere in scena ed eseguire opere di autori russi.

In Italia è capitato che una compagnia ucraina abbia voluto cancellare dal cartellone Il lago dei cigni di Čajkovskij. Non solo non c’è una sola ragione per cui si debba affiancare Pëtr Il’ič Čajkovskij al criminale Putin, ma ci sono ragioni ottime per fare il contrario. Non solo amare, ma appositamente eseguire le sue musiche.

In un film geniale, che non posso fare a meno di rivedere spesso – un’opera che riesce a far ridere e che si conclude non lasciando altra scelta che piangere, di vera e profonda commozione – si parla del “Concerto per violino” di Čajkovskij. È un film di Radu Mihaileanu. Rumeno, figlio di ebrei. Il padre fu rastrellato dai nazisti e condotto in campo di concentramento; riuscì a scappare, ma poi dovette scappare dalla persecuzione antisemita dei comunisti. “Il concerto”, questo il titolo, è la meravigliosa storia di un’orchestra e di una violinista. L’orchestra era quella del Bolshoi, ma il direttore era stato degradato a uomo delle pulizie, gli orchestrali licenziati e ridotti in miseria. Nemici del popolo. La violinista non ha mai conosciuto i genitori. Erano ebrei e sapevano che il Kgb di Breznev (ma anche di Putin e di Kirill) li avrebbe arrestati. «Quale era il destino di una bambina figlia di ebrei, nemici di popolo?». Così, straziati, lasciano la bambina di sei mesi ai vicini, che la portano da un’impresaria francese e la fanno arrivare in Francia. Loro, i genitori, sarebbero morti nel Gulag. E tutto questo si disvela durante l’esecuzione del concerto per violino, con la sua potenza sentimentale, la sua trascinante passione, la sua infinita compassione. «E se non piangi, di che pianger suoli?».

Per la miseria: Čajkovskij è nostro, è dell’umanità ed era per la colpa di rappresentarlo che si finiva nel Gulag. Non vi basta? E allora guardate il lato a suo modo grottescamente divertente: non ha forse detto, l’ex agente del Kgb ora travestito da patriarca, il sanguinario che si crede santo, il supposto credente e sicuro bestemmiatore, Kirill primo e si spera pure ultimo, non ha forse detto che la guerra è santa perché contro il dilagare dell’omosessualità? Bon, di quello accusarono Čajkovskij. Che a noi ce ne importa un fico secco, ma è un ulteriore motivo per eseguirne la musica tutti i giorni. La sua cavalcata in “Sogni d’inverno” non ha nulla a che vedere con l’incedere del sanguinario Putin.

In queste pagine abbiamo ricordato molti autori russi. Anche gli ucraini (come Grossman), nel secolo scorso, furono sovietici. Pasternak è parte incancellabile della nostra cultura. Lo abbiamo amato noi più di quanto lo abbiano amato i russi, anche perché il loro governo lo proibiva. E in lui amavamo la poesia russa, i russi. Con lui tanti altri. Un lunghissimo elenco. Viva quella Russia, viva quei russi. E nessuno osi sostenere che si possa accostare Pasternak a quattro carnefici analfabeti, guidati da un invasato che sta distruggendo la Russia. Tocca a noi difenderla dal fondamentalismo di Putin.

Poi, certo, nella cultura russa c’è un fortissimo tratto identitario. C’è l’irrisolto appartenere all’Occidente o all’Oriente, l’essere europei e il vedere negli europei gli incapaci di capire la grandezza russa. Ci sono la carne slava, il volto francese, la cultura italiana (San Pietroburgo è nostra). Nella storia c’è il continuo conflitto territoriale. Da Pietro il Grande in poi la volontà d’essere pari al potente Occidente, vissuto anche come superamento, se non negazione, dei valori russi. Ma queste sono cose che si trovano in tanti confini e in tante culture, ingredienti che diventano tossici se iniettati in animi miserabili, rabbiosi della propria pochezza e alla ricerca di radici che scongiurino la loro nullità. Ma noi dobbiamo puntare il dito contro questi omuncoli disadattati, non regalare loro la grandezza e grandi che non meritano e neanche conoscono.

Quindi, per carità, non solo quei russi sono inseparabili da noi, ma con i tanti russi che si sono fatti arrestare protestando contro la guerra, al fianco di quelli che nel secolo scorso protestarono contro la dittatura comunista, si può ben dire: viva la Russia.

Davide Giacalone, La Ragione 13 aprile 2022

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