Politica

Africosa

Africosa
Sono materie che maneggiano la sicurezza nostra e altrui, sicché richiedono una forza più grande: l’Europa.

Buona l’intenzione di volere costruire una politica con i Paesi africani, ma sconfortantemente ingenuo raccontare che sia la prima volta o che nessuno ci abbia mai pensato prima. Passi per le ragioni della propaganda, ma a esagerare si sembra avventati. Ci sono una storia di piani europei, una collana di riunioni del G7 con apposita sessione dedicata all’Africa e una buona collezione di iniziative italiane, dal terzomondismo di stampo dossettiano e lapiriano all’attività di Romano Prodi. Commovente la promessa di non voler avere approcci predatori o colonialisti, come se ce ne fosse la forza. Ove voglia suonar critica alla Cina e alla Russia è un approccio perdente, ove si voglia attaccare la Francia è pure peggio.

Qui non si tratta di scoprire la propria Africa, semmai di partire dalla constatazione che l’Africa è un Continente, non una realtà politica o statuale. L’Africa esiste sulla carta geografica, quelli con cui si devono avere rapporti sono gli Stati africani. Sapendo che ve ne sono di disponibili e di dipendenti da influenze altrui, di interessati a favorire investimenti e di debitori per investimenti cinesi, alcuni stabili istituzionalmente e altri in guerra interna, di cui una ventina con accordi militari fatti con la Russia di Putin. Certo che siamo interessati alla collaborazione in materia energetica, ma alcuni di quelli con cui avremo a che fare – come l’Egitto – hanno già accordi con i russi di Rosatom per la costruzione di centrali nucleari. E nessuno creda che la faccenda non abbia conseguenze politiche, tanto più che noi corriamo loro appresso per avere materie prime energetiche che ci consentano di non dipendere dalla Russia e quelli attivano le centrali atomiche che noi non costruiamo, facendole realizzare ai russi.

Gli africani poveri, quelli cui si dovrebbe correre in soccorso, sono concentrati in aree di guerra o sottoposte a incursioni terroristiche, sicché ci si dovrebbe andare con le Forze armate. Difatti non ci si va, se non con privati volontari che corrono rischi enormi. Gli africani con cui fare affari sono altri: Paesi giovani non perché muoiono in fretta, ma perché la natalità è vivace e la voglia di crescere anche. Sono quelli che hanno già la natalità in rallentamento, perché i giovani e soprattutto le giovani vanno a scuola e costruiscono per sé una vita più consapevole. Qui c’è ampia materia per sviluppare assieme ricerca e innovazione, per sfruttare la loro crescita economica (da parte nostra) e il maggiore sviluppo tecnologico (da parte loro). Ma ciò comporta una forza politica e una determinazione operativa che siano stabili nel tempo. Si deve partire dal lavoro fatto, non dal «Nessuno mai prima di me».

Questa storia, che ci palpita in mano, comincia non nella notte dei tempi ma dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Allora il governo italiano (Draghi) fu il più veloce a chiudere il cavallo russo in scuderia e a montare su altre selle. Fu un problema enorme, ma ci diede un doppio vantaggio: i primi ad affrancarci da una forte dipendenza e quelli collocati nel passaggio dei gasdotti utilizzabili e realizzabili. Ed è da quel colpo lesto e ben piazzato che può partire la pretesa di un ruolo italiano in Africa. Ma non (solo) a nome proprio, bensì in conto europeo. Perché non siamo i soli ad avere bisogno di gas – quella più nei guai è la Germania – e perché non siamo i soli desiderosi di vedere aumentare gli scambi con le aree africane in veloce crescita. Ma non siamo in grado di farlo da soli. Sono materie che maneggiano la sicurezza nostra e altrui, sicché richiedono una forza più grande.

A Roma la presenza significativa era quella dei vertici istituzionali dell’Unione europea, con un capovolgimento delle posizioni politiche passate di chi ora governa. Ma questo, come molto altro, chiede più integrazione europea. In Africa non hanno l’anello al naso: se non lo si dice si toglie credibilità alle declamate intenzioni. Non basta metterci il cappello sopra, ci si deve mettere la testa dentro.

Davide Giacalone, La Ragione 31 gennaio 2024

Condividi questo articolo