Politica

All’armi, ma anche no

In guerra non si va a cuor leggero, ma neanche si resta a casa, con quello stato d’animo. Il governo italiano ha passato settimane a reclamare la guida delle operazioni in Libia. I nostri servizi di sicurezza sono già presenti in loco, mentre un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, emanato il 10 febbraio scorso, porta sotto il diretto e immediato comando di Palazzo Chigi non solo le operazioni di intelligence, ma anche la mobilitazione di forze speciali militari (non che il principio sia sbagliato, ma forse il tema merita maggiore attenzione). Senza che il decreto stesso indichi un limite di uomini impiegabili e di tempo. Mettendo assieme la reclamata guida e l’emanato decreto, tenuto presente che statunitensi, francesi e inglesi già operano in Libia, se ne poteva legittimamente dedurre che gli italiani stavano preparando il loro intervento. Invece no. Intervenendo di domenica pomeriggio, fra una coppia gay e un utero in affitto, fra la presentazione di una cantante e i trionfi del bonus bebè (trionfi? ma non è stato l’anno con la più bassa natalità?), il presidente del Consiglio ha detto: finché ci sono io in Libia non ci andiamo. Chiaro? No, per niente.

Sarebbe davvero singolare che l’ambasciatore americano, John Phillips, si fosse lasciato andare a indicare l’entità delle truppe italiane da portare in Libia (5000 uomini), se non perché quella cifra era stata in qualche modo discussa dagli italiani, con gli americani. Sarebbe necessario un passo del nostro governo sul loro, ove sia stato uno straparlare. Invece aveva l’aria di un memo: vi ricordate quanto ci diceste? E, del resto, quando Matteo Renzi si proponeva quale condottiero in terra libica, a cosa pensava? Considerato che nel marzo 2011 la Libia è stato il luogo in cui taluni europei dichiararono guerra ad altri europei, dubito potesse immaginarsi una scampagnata riconciliativa.

Certo, va superato l’ostacolo giuridico. Avevano pensato a tenere incollato un fantoccio di governo nazionale, frutto dell’unità fra forze che, invece, si fanno la guerra. Avevano supposto di fargli chiedere l’intervento internazionale. Non solo non è successo, ma le varie fazioni non fanno che ripetere: restate dove siete, non vi fate vedere da queste parti, piuttosto dateci soldi, armi e sostentamento. In altre parole: noi siamo mercenari, pagateci per fare la guerra al posto vostro. Il fatto è che se non c’è concordia occidentale su quali tribù e mercenari scegliere, va a finire che si alimenta la guerra civile infinita. Per giunta fra truppe che dicono di volere combattere il fondamentalismo islamico. Un caos.

La prudenza, quindi, è utile. Il non farsi prendere dal “partiam partiamo”, ha un senso. Il guaio è che stride con le posizioni di qualche settimana addietro. Con il che corriamo due serissimi rischi. Il primo è che a rimetterci siano interessi legittimi dell’Italia, a cominciare dallo sfruttamento dei pozzi e dalle condutture che collegano la Libia alla Sicilia. Interessi già colpiti nel 2011, quando la decisione di francesi e inglesi scoperchiò l’inferno oggi visibile. Interessi che, a questo giro, se restiamo fuori dalle operazioni, saranno ancor più gravemente compromessi.

Il secondo è anche paradossale: abbiamo 5700 militari impiegati all’estero, impegnati in 25 missioni, presenti in 18 Paesi. Operano in modo eccellente, conquistandosi una fama di cui dobbiamo essere loro grati (certo, fanno il loro dovere, ma lo fanno bene). Ci costano e, mai dimenticarlo, espongono nostri connazionali a rischi reali e gravi. Sarebbe davvero oltraggioso se, in queste condizioni, dopo il balletto libico, ci facessimo la fama degli “armiamoci e partite”.

E’ curioso e imbarazzante che i giornaloni annuncianti l’imminente partenza, in armi, abbiano declassato alle pagine interne il dietrofront. Non abbiamo bisogno di uno scontro pro o contro la guerra, ma di un serio ragionare circa una guerra in corso e i nostri interessi in pericolo. Che si resti o che si parta, occorre sapere, come, perché e mirando a cosa.

Pubblicato da Libero

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