Politica

Armi di distrazione di massa

Seguirò la dottrina D’Avanzo, per dimostrare che D’Avanzo è caduto in errore. Svolgerò il ragionamento senza entrare nel caso che, da ultimo, lo ha occupato. Un caso di cui tutti parlano, ma che, il lettore mi scusi, trovo troppo ripugnante, troppo fuori dal costume di un dibattito civile, troppo intriso di bassezze per meritare l’attenzione delle persone serie. Se taluno confonderà il disgusto con la reticenza, me ne importa poco e niente.
Giuseppe D’Avanzo è un giornalista con i controfiocchi, capace, dalle colonne de la Repubblica, di agitare “casi” che, poi, s’impongono all’attenzione generale. Gli capitò, ad esempio, occupandosi del prelevamento di Abu Omar, raccontando della presunta collaborazione fra la Cia ed i servizi segreti italiani, in quello che ritenne essere un rapimento. Dimostrò di avere informazioni importanti, tanto che Francesco Cossiga rivolse un’interrogazione, all’allora ministro degli interni, per sapere se il giornalista non fosse, hai visto mai, a libro paga di organi dello Stato. La risposta fu negativa, ma la domanda non era innocente.
Lessi quella sua inchiesta con divertita incredulità, giacché ritengo che, nella lotta contro il fondamentalismo islamico, ma non solo, la collaborazione fra servizi alleati, quali noi siamo degli Usa e dei Paesi Nato, sia cosa altamente auspicabile, e fra le poche ad indurre una certa tranquillità. Su quell’operazione, del resto, il segreto di Stato fu imposto sia dal governo di centro sinistra che da quello di centro destra, entrambi giovatisi della collaborazione del generale Pollari. Una convergenza rara, ed anche per questo positiva. Successivamente è intervenuta la Corte Costituzionale, affermando la legittimità del segreto, sicché il processo originato da quel “caso” si trascina lentamente verso la morte naturale.
Ma veniamo alla “dottrina D’Avanzo”, esposta dal medesimo in un articolo del 14 maggio 2008, polemico nei confronti della “dottrina Travaglio”. Colui che sostiene di subire la censura, e che sta costantemente in televisione, Marco Travaglio, aveva citato dei “fatti” per insinuare rapporti mafiosi in capo al presidente del Senato. Della serie: Tizio ha incontrato Caio, Caio è mafioso, ergo Tizio sta mafiando. D’Avanzo lo rimbrottò, sostenendo che i “fatti” non necessariamente dimostrano quel che si desidera, che se la deduzione è ardita o forzata, anzi, si parte dai fatti e si giunge all’invenzione. Per rendere più convincente la spiegazione, quel giorno D’Avanzo raccontò che Travaglio era stato in vacanza con un mafioso (sul serio). Che vogliamo dedurne? Giusto. Però, poi, casca nell’errore che rimprovera ad altri.
Lo scorso 20 maggio ha scritto: “è giusto ricordare che, se Berlusconi non si fosse fabbricato l’immunità con la legge Alfano, sarebbe stato condannato come corruttore di un testimone”. Ecco un “fatto”, la condanna in primo grado di Mills, da cui si fa discendere una conclusione arbitraria. La corruzione, difatti, è un reato a concorso necessario, vale a dire che se c’è un corrotto deve esserci un corruttore, ma: a. il processo a Mills è ancora in corso, la sua condanna potrà essere riformata, in ogni caso egli deve, ripeto deve, essere considerato innocente fino alla definitiva; b. ove si dimostrerà colpevole, dovrà provarsi che il corruttore sia uno anziché un altro (posto che le sue dichiarazioni contribuirono alla condanna di Berlusconi, in primo grado). Non ho pregiudizi da mettere in campo, né in un senso né nell’altro, ma, in questo caso, D’Avanzo risulta travagliato.
Ho scritto, ripetutamente, che il governo sta sprecando l’occasione della crisi. Ho sollecitato l’opposizione a far politica e proposte, senza dipendere da campagne altrui e da temi devianti. Resto convinto che quella sia la via maestra, in una democrazia funzionante. Aggiungo che, nella vita pubblica, contano molto la credibilità e la coerenza, anche privata. Preferisco l’etica statunitense, talora un po’ bacchettona, rispetto a quella cattosfilacciata che domina in Italia. Sono convinto che un uomo di governo non debba mentire e che la condotta privata testimoni di un’attitudine pubblica. Ma il gioco è totalmente falsato se si pretende di far valere una morale a spizzichi e bocconi: negli Usa un procuratore che non dimostri la colpevolezza dell’imputato se ne va a casa, i giornalisti che non dimostrano quel che scrivono chiedono scusa.
Qui da noi, invece, si usano impunemente le armi di distrazione di massa. Il che nuoce gravemente alla salute democratica.

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