Ha senso rendere obbligatoria un’assicurazione? Facciamo finta di non avere visto un ministro che lo propone – relativamente ai disastri naturali e alle conseguenze dei cambiamenti climatici – e altri suoi colleghi che lo rimbrottano e negano a brutto muso. Concentriamoci sul tema delle assicurazioni e la risposta è: dipende.
Non dipende dagli umori o dai capricci politici, bensì da un principio: se si può potenzialmente arrecare un danno ad altri è giusto che si sia obbligati ad assicurarsi; se il danno riguarda invece soltanto i propri beni e il proprio benessere, la valutazione non può che essere personale. È giusto che si sia obbligati ad assicurare la vettura rispetto ai danni che si possono fare ad altri, perché non è giusto che chi subisce un incidente debba poi pagarsi le spese solo perché il responsabile non ha i soldi, ma non si è obbligati ad assicurare la vettura contro il furto, perché il danno è solo del proprietario, che si regola come crede.
C’è un campo delicato, quello della salute: chi è assicurato (io lo sono) paga sperando di non avere mai nulla indietro, ma in caso di bisogno magari viene operato dopo una settimana anziché dopo un anno; epperò quella stessa persona, nei panni del contribuente, ha già pagato quello stesso servizio e paga due volte perché non si fida del risultato del primo e obbligatorio pagamento. Non una bella cosa.
E per i disastri naturali? Incentivare è una buona cosa, obbligare ne rivela una cattiva. Non si tratta di usare argomenti demagogici – tipo “tassa sulla casa” (se hanno di queste premure si dedichino alla tassa sui rifiuti, che è una patrimoniale mascherata e più il servizio fa pena più è caro il suo prezzo) – ma di chiedersi perché dovrei occuparmi più di tanto, al di là dell’umana solidarietà, del fatto che casa tua è venuta giù. Perché un ministro se ne preoccupa? Perché gli spendaroli, secondo cui le casse dello Stato possono essere sfondate a piacimento, hanno fatto passare il principio – approfittando anche della stagione Covid – secondo cui lo Stato possa e anche debba sempre ‘ristorare’ o ‘indennizzare’ i danni privati. E siccome i soldi per farlo non ci sono, il ministro caldeggia l’obbligo di assicurazione. Così pagano altri. Principio sbagliato. Ma che ha un sottofondo anche peggiore: un privato non può rifare gli argini di un fiume (già lo denunciano se si mette a pulirlo), quindi se gli arriva l’acqua al secondo piano chiede i danni perché chi avrebbe dovuto provvedere non lo ha fatto. Già, ma in questo caso dovrebbe assicurarsi lo Stato, non il privato. Cittadino o azienda che sia. Ed è singolare che quanti sono ora contrari all’obbligo furono favorevoli appena un anno fa, per le aziende (a proposito: mancano i decreti attuativi). Scherzi che gioca il non avere princìpi cui ancorarsi.
C’è dell’altro: ciascuno di noi può assicurarsi quanto gli pare, ma se la casa viene travolta da un corso d’acqua che si trova sotto la casa stessa, perché fu edificata dove non si sarebbe dovuto costruire, non riceverà mai l’indennizzo. Le assicurazioni non sono enti benefici ma società che puntano a un profitto (senza il quale gli assicurati dovrebbero sentirsi assai insicuri) e hanno legioni di avvocati per il contenzioso: se la casa era irregolare l’assicurazione lo farà valere. Il governo Draghi propose una seria riforma del catasto, che fu respinta con il più fesso e falso degli argomenti: è una nuova tassa sulla casa. Era un modo per tassare gli evasori i cui immobili manco sono accatastati ed era una garanzia per chi volesse tutelare il proprio. Quello è il compito di chi governa e legifera, non sostituirsi alla mia coscienza e alla mia prudenza.
L’altro compito sarebbe quello di negoziare con le compagnie dei contratti tipo, di modo che la sora Cesira e io non ci si trovi con le 12 pagine in corpo 6 da sottoscrivere senza avere capito quel che c’è scritto. A quel punto sollecitare e incentivare all’assicurarsi ha un senso, che non sia quello di fare i promotori degli affari altrui.
Davide Giacalone, La Ragione 24 settembre 2024
