Dal castello di Alden-Biesen, in Belgio, i vertici europei provano a guardare al futuro. Non sono chiamati a prendere decisioni, ma a stabilire quali decisioni devono essere adottate e puntando a cosa. Si sa a cosa puntare: rendere più integrata e meno lenta l’Ue che già c’è. Come ottenere quel risultato è materia tanto urgente quanto politica.
Dagli Stati Uniti giungono le notizie del Congresso che dà due volte torto a Trump sul tema dei dazi. Potrebbe essere preso come il segnale che presto si volterà pagina, tornando alla normalità, ma sarebbe un errore. Semmai è il segno che lo scontro istituzionale sarà incrudelito e che la Casa Bianca utilizzerà tutti i propri poteri per portare agli estremi la linea di rottura di tutte le passate alleanze. Ci si augura che gli effetti nefandi di tale linea ne producano il rinculo, ma il fatto che sia stata possibile cambia lo scenario in cui noi europei dobbiamo muoverci. Provare a blandire per ammansire è tattica perdente. Condividere l’impostazione ideologica di Trump è un modo per annientare la sovranità, sia europea che di ciascun singolo Paese. Si deve cercare di salvare l’Alleanza Atlantica, ma oggi si prenda atto della realtà.
Quella europea è la parte migliore del mondo in cui vivere, ma non è un dono del cielo. Mario Draghi ha ripetuto i suoi appelli e illustrato ancora le scelte da compiere, ma quelle sue parole non possono essere archiviate come auspici o moniti. Ai cittadini europei ci si deve rivolgere con la lingua dell’onestà intellettuale.
Produciamo tanto risparmio da esportarne per 500 miliardi l’anno, di cui 300 verso gli Usa. Per portare quel denaro a trovare convenienza nel mercato europeo occorre che sia veramente tale, sia dal punto di vista dei mercati azionari che del sistema bancario. L’Italia, in questo, non è né esempio né guida di alcunché, ma zavorra: siamo i soli a non avere ratificato (dopo averlo negoziato a cura del governo Berlusconi) il Meccanismo europeo di stabilità. Troppa politica e troppi commenti si concentrano sull’opera dei pupi dei rapporti fra governanti, ma fra le scelte da compiersi in gran fretta c’è anche quella ratifica.
Meloni ha detto d’essere favorevole al debito europeo, ma ha aggiunto che è un tema «divisivo». È vero, ma è lei a rischiare di dividersi dalla realtà e a cambiare argomento per non affrontare le proprie responsabilità: da quando è a Palazzo Chigi ha fatto (giustamente e fortunatamente) il contrario di quel che aveva detto, ma non può fermarsi a metà e non può pensare di usare i ritardi di altri (che ci sono) per nascondere i propri. Tanto più che il debito comune già esiste e l’Italia ne è il principale beneficiario. Sarebbe un gesto di coraggio andare avanti risolutamente chiamando una parte dell’opposizione – segnatamente il Pd – alle proprie responsabilità, mentre è un atto d’egoismo di parte e contrario agli interessi dell’Italia nascondere i temi che dividono la maggioranza.
Mario Monti ha usato parole molto severe, in un articolo pubblicato sul “Financial Times”. Non si può certo dire che egli abbia avuto un atteggiamento di pregiudiziale ostilità verso il governo e non serve a niente scatenare i commenti delle tifoserie digitali: sono le scelte che si fanno adesso a scrivere la storia di questo governo e di questa stagione italiana.
I rapporti di Draghi ed Enrico Letta vengono citati come meri titoli e accompagnati da consensi insignificanti. Ma non sono astrattezze europeiste, bensì linee politiche cui essere conseguenti. Ciascun Paese ha i suoi problemi e la Germania ha tutto l’interesse a nutrire la propria crescita con lo spazio d’indebitamento che può consentirsi, mentre l’Italia è nella condizione opposta e semmai condivide con la Francia un indebitamento eccessivo (lo spread scende, ma il prezzo sale).
Entro il vertice formale di marzo i castellani di oggi non sono chiamati a un’unanimità di facciata, ma a scelte che guardino al futuro senza la paura (giustificata) per le cose che ciascuno disse in passato.
Davide Giacalone, La Ragione 13 febbraio 2026
