Il diritto ha bisogno della forza per farsi valere e la forza ha bisogno del diritto per non essere impostura. Le cose si complicano quando si cerca di avere dal diritto un certificato di regolarità della forza che si è esercitata. Lì si rischia di essere catturati in una trappola.
Se si ragiona di politica, con tutto il cinismo che questo comporta, non c’è una sola ragione per non condannare Nicolás Maduro in ragione del male fatto. Tanto più che si era già accertato che aveva rubato l’elezione e comunque aveva ereditato un Paese ricchissimo e impoverito, provvedendo a impoverirlo ulteriormente, arricchendo sé stesso e una cricca di complici. Che cada pure, in un modo o nell’altro. Ma se per cercare il diritto a copertura di un’azione di forza si sostiene, come fanno gli Usa, che non lo si è catturato in quanto presidente impostore ma perché narcotrafficante e se, in ragione di questo, lo si porta davanti a una corte di New York, poi tocca portare le prove non che sia un fetente ma che abbia commesso quei reati.
Se alla prima udienza l’accusato (assieme alla moglie) si dichiara innocente e aggiunge d’essere ancora presidente venezuelano – il tutto mentre il presidente americano afferma esplicitamente che può andare bene un accordo con i collaboratori e sodali di Maduro, a patto che gli interessi statunitensi siano favoriti – quel processo penale assume una piega preoccupante. Intanto perché ha una caratteristica in sé assai anomala: non può che concludersi con la condanna. Nel caso opposto sarebbe il governo americano a dover essere tradotto in tribunale o al manicomio. Dovrà essere condannato, ma come ci si arriva?
Un precedente c’è: quello di Manuel Noriega, generale e di fatto capo del governo a Panama. Tralasciamo fatto e contesto: nel 1992 viene prelevato con la forza e portato a Miami per essere processato sotto l’accusa di traffico di droga, estorsione e riciclaggio. Rispetto al Venezuela è una storia diversa, ma i due casi si somigliano molto. Soprattutto in un punto: il processo deve appunto concludersi con la condanna. Allora ci si arrivò dopo che l’impianto dell’accusa venne ripetutamente modificato nel corso del procedimento, segno evidente che le accuse originarie non reggevano. Non bastasse questo vi furono decine di trafficanti di droga cui fu garantita l’impunità, fu consentito di tenersi i soldi in quel modo guadagnati e furono addirittura pagati (come la legge americana prevede) perché testimoniassero contro Noriega. Il quale nel 1992 fu condannato a 40 anni di carcere. Nel 1999 si stabilì che la pena era sbagliata (venne infatti ridotta a 30 anni) e nel 2011 era nuovamente a Panama, dove morirà di cancro. Seguirono varie ricostruzioni giornalistiche e storiche che raccontarono quel processo in modo assai più colorito e rocambolesco. Comunque non un precedente confortante, perché usare la forza all’estero e poi chiedere a un tribunale di darti ragione condannando lo straniero che hai prelevato, travestire da questione criminale una questione politica e, quindi, portare una decisione politica in tribunale non porta bene e nuoce gravemente alla salute del diritto.
La cosa suggestiva è che a operare in tal senso capita siano gli stessi che contestano questa o quella sentenza, ritenendola un ingiusto intralcio alla propria attività governativa. Il che porta dritto a constatare che quando si crede soltanto alla legge del più forte poi non si distingue fra i diversi ambiti. E quindi, concludendo altrove: noi europei abbiamo tutte le ragioni di diritto per considerare irragionevoli le parole di Trump circa la Groenlandia, ma si deve dare forza al diritto, anticipando che non sta fra le cose possibili un conflitto fra americani ed europei, ma non sta neanche scritto in cielo che si resti catturati dall’aggressività e noi non si possa spostare l’ostilità sul terreno dei servizi finanziari. Non c’è motivo di imitare Trump nel minacciare l’uso delle armi, ma non c’è neanche motivo di graziarlo laddove è debole.
Davide Giacalone, La Ragione 7 gennaio 2026
