Politica

Cheney e la Cia parallela

L’attuale capo della Cia, Leon Panetta, è stato udito dalle commissioni parlamentari statunitensi, interessate a sapere di più sui servizi segreti. Il New York Times ha pubblicato delle indiscrezioni, secondo le quali l’amministrazione repubblicana avrebbe creato una specie di Cia parallela,

tacendone l’attività al Congresso ed al Senato. Sul banco degli accusati, naturalmente, finisce Dick Cheney, il più ruvido ed antipatico esponente della passata amministrazione, ma anche l’unico a non avere perso la parola e ad incalzare senza tregua la nuova Casa Bianca. Davanti al mondo, pertanto, va in scena lo spettacolo di una democrazia sana e funzionante, dove il cambio di guida politica è l’occasione per rigenerare l’amministrazione e introdurre cambiamenti. Ma va in scena anche una rappresentazione più profonda, che ci riguarda tutti, che ha a che vedere con la natura stessa del potere e con la sfida mortale lanciata dal fondamentalismo islamico. Nella nostra mente, in quella di tanti presunti intellettuali, dovrebbe trovare maggiore spazio la domanda posta, sulle colonne del Washington Post, da un editorialista di sinistra, liberal, Richard Cohen: “E se Dick Cheney avesse ragione?”.
Nel corso della campagna elettorale Obama ha vestito i panni di leader dell’America buona, che chiede trasparenza, che per nessuna ragione violerebbe mai i propri principi. Giuste cose, ma che non è facile far convivere con certe realtà, con certe sfide. Difatti, i nodi sono subito venuti al pettine. Obama aveva promesso di pubblicare tutto, circa l’attività statunitense nei carceri speciali, ma giunto al potere ha cambiato idea, chiedendo di chiudere con il passato, in tutti i sensi. E si è spinto più in là, minacciando d’interrompere la collaborazione con i servizi segreti inglesi se in quel Paese un tribunale (quindi un organo indipendente dal potere politico) avesse reso pubblico un rapporto riservato che descriveva il trattamento subito da un presunto terrorista. Era pronto ad un gesto clamoroso, pur d’impedire quel che aveva promesso.
L’odierna “rivelazione” del New York Times si riferisce a quel che è stato taciuto al Parlamento, ma, anche qui, ci sono precedenti che depongono in senso opposto. Nel 2001, anno delle Torri Gemelle, Nency Pelosi era a capo dell’opposizione democratica, e nel 2002 fu informata sia delle azioni coperte da segreto che degli interrogatori mediante la simulazione d’annegamento (“waterboarding”, utilizzata in tre casi e fino al 2003). Lei, successivamente, ebbe l’imprudenza di negare, trovandosi presto sotto al naso una specie di verbale dell’incontro con gli uomini della Cia, sicché ella stessa ha dovuto riconoscere che, in effetti, quella volta, dati i tempi, non le era sembrato opportuno protestare. Già, dati i tempi. Meglio non scordarsene.
Il guaio è che Cheney non si accontenta di mezze verita e non s’acconcia a dimenticare il passato. Va in giro a ripetere: “rifarei tutto quello che ho fatto”, perché era giusto farlo. Non abbiamo mai permesso torture, sostiene, ma abbiamo agito con risolutezza e durezza per difendere gli Stati Uniti, e se pubblicate i modi in cui abbiamo interrogato dovete pubblicare anche le risposte che abbiamo ottenuto. Dopo queste parole, hanno deciso di non pubblicare niente. Anzi, Obama ha compiuto una scelta che Cheney si è precipitato ad applaudire: ha sostituito il generale che guidava la guerra in Afghanistan, David McKiernan, ed al suo posto ha messo Stanley McChrystal, appena venuto fuori dall’Iraq, dove aveva impedito a tutti, Croce Rossa compresa, di sindacare quel che andava facendo. Gli obamiti nostrani hanno fatto finta di non sapere, o, forse, non lo sanno sul serio, ma l’ex vice presidente non si è fatto sfuggire l’occasione per complimentarsi con il nuovo presidente.
Il potere è anche questo: difendere un’idea, un principio, un ideale, con strumenti apparentemente incoerenti. Sarà la storia, o, più presto, gli elettori, a stabilire se la bilancia è restata in equilibrio o chi governa ha messo un piede nella palta. Di sicuro, una guerra che è stata preparata con molti attacchi mortali, che avrebbe richiesto una reazione più forte e più tempestiva, che culminò nell’incredibile e prima impensabile 11 settembre 2001, non può essere condotta nelle aule di tribunale, o seguendo le regole della buona creanza. Anche qui, il compito di chi governa è tenere in equilibrio la risposta efficace con il rispetto della propria natura democratica. Le polemiche di oggi, quindi, sono un segno di buona salute.
Un’ultima cosa, però, di quelle dette da Cheney, dobbiamo tenere ferma nella testa. Con la sua oratoria non retorica, impacciata, ma precisa e tagliente, ha osservato, riferendosi ai fondamentalisti islamici: “ci odiano proprio per i nostri valori, non per le presunte accuse di averli violati”. Ha ragione.

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