Politica

Collante

llustrazione di un flacone di collante blu che cola, simbolo della necessità di convergenze politiche e istituzionali per tenere unito il futuro dell’Italia e dell’Europa

Anche se il Consiglio dei ministri è slittato, si suppone resti valido l’invito rivolto all’opposizione: votare assieme le misure relative alla sicurezza. Nobile e giusto intento che dovrebbe escludere l’uso della decretazione d’urgenza, preferendo la legislazione veloce e concordata. Né, del resto, avrebbe senso sollecitare un’importante convergenza per poi stabilire che i minorenni non possono girare con i coltelli (non possono neanche i maggiorenni, da tempo immemore); che non si può andare ad una manifestazione in assetto di guerra (è scritto nella Costituzione e una legge del 1975 escluse anche le mascherature); o per accedere al bislacco principio secondo cui un cittadino in divisa può essere indagato, ma senza comunicarglielo (semmai sarebbe il caso di chiarire alla moltitudine di trinariciuti d’ogni risma e colore che non trattasi, come vanno strillazzando da decenni, di un annuncio di colpevolezza). Tutto si può sempre migliorare, ma si tratterebbe di poca cosa. Come usare il silicone per appiccicare un francobollo.

Non di meno quell’invito resta utile e sarebbe necessario valutarlo con attenzione. Su quel che è decisivo. Decisiva è – fin dal Risorgimento e con disastri materiali e morali quando la si sbagliò – la collocazione internazionale dell’Italia. Lì è necessario il collante, senza il quale un Paese si sfascia.

I due cardini fondamentali sono stati l’atlantismo e l’europeismo. Furono fissati grazie alla lungimiranza di minoranze, capaci di leggere la storia e gli interessi dell’Italia. Furono contrari, all’una e all’altra cosa, tanto la destra quanto la sinistra ideologiche. Come fu contraria quella grande parte d’Italia che cercava protezioni e rifuggiva le competizioni. Siamo cresciuti e ci siamo arricchiti perché quelle maggioranze hanno perso. Ora lo ripetono tutti, un po’ a pappagallo e con un drammatico ritardo. Ma questa è storia, nel tempo presente vale quanto sostenuto da Mario Draghi: non ci serve un europeismo confederale (in cui protagonisti restano gli Stati nazionali), si deve correre al federalismo pragmatico (in cui protagonista è l’Unione). Lo strumento sono le collaborazioni rafforzate, già previste dai Trattati e di cui l’Unione monetaria europea è la più riuscita incarnazione. Sul fatto che Draghi abbia ragione c’è poco da discutere e, comunque, nessuno ha voglia di discuterlo. Avrete notato il tombale silenzio di chi è solitamente fin troppo loquace. Quel che a molti non è chiaro è che quel genere di federalismo non solo si farà, ma si sta già facendo, sicché il dilemma è: con o senza l’Italia?

Per la destra è il contrario di quel che hanno sostenuto e sostengono sull’integrazione, per la sinistra è il contrario di quel che sostengono sulla difesa e l’Ucraina. Nessuna delle due coalizioni è in grado, da sola, di compiere le scelte necessarie e nel tempo utile. Vale a dire che entrambe compromettono gli interessi indisponibili dell’Italia, provando a cavarsela con il trasformismo cui si adattano se si trovano a governare. Ma così saremo zavorra e non propellente europeo, con quel che segue sul tavolo degli interessi industriali ed economici, anche relativamente al settore della difesa.

Quel barattolo di collante sarà aperto, si prenderà atto che il falso bipolarismo è un danno permanente, figlio di una stagione che non c’è più. Tutto sta a sapere se ci si arriverà per convinzione o per disperazione. La prima cosa è costosa politicamente, ma costruisce la storia. La seconda è più consueta, ma costosissima moralmente ed economicamente.

Il nostro futuro, nel passato, è stato visto da minoranze anche infime e adottato da maggioranze ancora consapevoli del loro ruolo. Oggi sembrano latitare le seconde, accomodatesi alla sopravvivenza senza sostanza.

Buona l’idea delle convergenze, ma si abbia il coraggio e la lucidità di sollecitarle dove servono a seppellire un passato non ancora morto e dare ossigeno a un futuro non ancora nato.

Davide Giacalone, La Ragione 4 febbraio 2026

Condividi questo articolo