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Bisogna avere il coraggio di condividere. Ha fatto bene il Pd a votare a favore della missione “Aspides” (e sarebbe stato bene che il Parlamento se ne fosse occupato prima).

Non si deve avere paura delle divisioni, ma si deve avere il coraggio delle condivisioni. In una democrazia è normale esistano delle contrapposizioni, anche in momenti difficili, ed è normale che queste si riflettano nel gioco parlamentare, ma quando s’impiegano ingegno e fantasia nel trovare le ragioni per dividersi, rifuggendo la condivisione, si finisce in uno stucchevole manierismo politico. Fine a sé stesso e meritevole di finire. È una forma di viltà il non volere riconoscere quanto sia ampia la condivisione sulle fondamentali questioni relative alle guerre, come è ipocrita e tremulo il non volere riconoscere che divisioni esistono, certo, ma non fra maggioranza e opposizione, bensì dentro la maggioranza e dentro l’opposizione.

Leggete le conclusioni cui è giunto il congresso del Partito socialista europeo, tenutosi a Roma alla fine della settimana scorsa, e leggete le considerazioni fatte dal nostro ministro della Difesa Guido Crosetto in quelle stesse ore: per trovare le differenze dovete mettervici con l’occhio dell’entomologo, un esercizio da quiz enigmistico. Nella sostanza dicono esattamente le stesse cose. Dicono che la pace in Ucraina ci sarà alle condizioni degli ucraini, che noi continueremo ad aiutarli e ad armarli, che è necessario correre a realizzare una difesa europea. Il resto è fuffa. Solo che, occultando la condivisione, la fuffa diventa divisiva ma nella direzione sbagliata.

Ad esempio: quanti a destra come a sinistra sono dalla parte di Putin e dell’imperialismo russo – perché ci sono, eccome se ci sono – ripetono le stesse cose: vogliamo che l’Europa prenda una iniziativa di pace; mandare armi allunga la morte e lo strazio; battiamoci per un cessate il fuoco. Che sembra bello, ma è una scemenza putinofila. L’Unione europea (si chiama così, non Europa) prese l’iniziativa diplomatica fin dall’inizio, per scongiurare la guerra. Fu rimbalzata e umiliata, nella figura del suo presidente di turno (allora era Macron), al di là di un lungo e vergognoso tavolo. Eppure si tornò a chiedere udienza al dittatore, per provare a far tacere le armi. Quindi, cari compagni e camerati, quel che chiedete è già successo. Provate a chiederlo al vostro referente, il compancamerata Putin.

Perché credete che la Germania (ma non solo) si dilania sulla tipologia di armi da fornire all’Ucraina? Perché, fin dall’inizio, le democrazie occidentali posero dei limiti all’uso aggressivo delle armi che fornivano? Per lasciare aperta la via diplomatica, altrimenti aiuteremmo gli ucraini a colpire Mosca, possibilmente il Cremlino, anziché chiedere loro di evitarlo. All’opposto, da Mosca – con la gelida minaccia del dittatore e con il latrare dei suoi adepti – non si fa che parlare, dall’inizio e con insistenza, dell’arma nucleare che può essere usata contro di noi. Chiedano a Putin di predisporsi a negoziare il ritiro.

I manipoli putinofili esistono a destra come a sinistra, ma rifiutando di manifestare la condivisione sono gli altri, la trasversale grande maggioranza, che finiscono con l’aiutarli e il consentire loro di vestire i panni della pace, laddove indossano le mutande della resa. Perché quel rifiuto? Perché si spera che copra l’incoerenza fra le parole di ieri e la realtà di oggi. Invece contribuisce a metterne in evidenza il violato pudore. La destra ideologica era anti Usa, come anche i colleghi della sinistra ideologica. Anche allora la maggioranza stava altrove, ma non aveva la paura della condivisione.

Ha fatto bene il Pd a votare a favore della missioneAspides” (e sarebbe stato bene che il Parlamento se ne fosse occupato prima che si cominciasse a sparare). A farsela sotto sono stati gli anti occidentali e gli anti Ue di destra e di sinistra, che hanno votato il contrario di quel che pensano o sono scappati dal voto. La condivisione funziona. E non compromette affatto tutte le altre divisioni, anzi regala loro una qualche credibilità e speranza di non rimanere sotto il ricatto delle minoranze interne alle due false coalizioni.

Davide Giacalone, La Ragione 6 marzo 2024

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