Politica

Da Napoli a L’Aquila

L’Aquila come Napoli? Le case ricostruite come le strade sgomberate dalla spazzatura? Magari, sarebbe grandioso. In quel caso, però, non si tratterebbe tanto di gridare “viva Berlusconi” (chi lo vuol fare si accomodi, gli altri possono tacere o dissentire), quanto di capire quel che sta succedendo, ciò che questo significa. In sintesi: la forza personale aiuta Berlusconi a simulare una riforma istituzionale che non c’è. Certi successi sono possibili perché si saltano a pie’ pari le regole dell’eterna mediazione e si punta dritto alla sostanza. I risultati ci sono ed il consenso anche, perché il vecchio mondo politico, la superfluità di certe rappresentanze democratiche, hanno rotto l’anima ai più e non riescono a portare a casa risultati anche solo mediocri. In un sistema sano si adeguano le istituzioni, in uno squilibrato ci si concentra sulle persone. L’Italia è nella seconda condizione.
I cittadini sono, al tempo stesso, troppo e troppo poco rappresentati. Eleggiamo uno sproposito di persone in un sacco di posti, ma poi quelli contano poco e noi chiediamo solo di dimenticarcene. Dai quartieri all’Europa c’è un esercito che, se va bene, si agita per poco. Truppe, acquartieramenti e caserme, però, condizionano la vita pubblica, così le luci stradali sono competenza di due o tre livelli territoriali, l’edilizia se la disputano governo e regioni, ma poi dipendo dal geometra comunale per spostare un water. La macchina è inceppata da tempo, producendo inefficienza e corruzione (antidoto all’immobilismo).
Solo l’emergenza rompe il maleficio della conservazione inerte. A Napoli si è vinta la partita perché si sono rotte le regole. Non solo non si è dato ascolto ad enti locali largamente corresponsabili del disastro, ma neanche si è dato voce ad un’opposizione che poteva scegliere fra incapacità e complicità. Berlusconi, insomma, non dipendeva né dagli equilibri istituzionali né da quelli del suo stesso schieramento. Così la spazzatura è stata tolta e l’inceneritore ha cominciato a funzionare. Bassolino e la Iervolino sono ancora al loro posto, il che segnala due cose: a. l’equilibrio politico è rispettato, a danno di quello istituzionale, pertanto loro non rompono le scatole ed il governo non ne approfitta per fargliela pagare; b. la politica è morta, perché in caso contrario avrebbe già provveduto la sinistra a farli fuori. Lo schema può essere ripetuto all’infinito, e finché porta risultati, magari ridando presto un tetto agli sfollati, sarà applaudito.
Alla lunga, però, non regge, perché si basa non sulla forza della funzione, quindi dell’istituzione, ma di una persona. E’ il frutto di una circostanza particolare, non replicabile, di una storia che inizia nel 1992-1994, con il colpo giudiziario che demolì un mondo politico già pericolante. E’ la cristallizzazione di uno squilibrio, fatto di democrazia senza politica, di rappresentanti che non rappresentano. Quando l’emergenza non spinge le ruote s’impantanano, come è capitato con il “piano casa”.
La cosa davvero preoccupante è che, ancora adesso, si ragiona e ci si azzuffa sulla persona, con ossessivi e demoralizzanti berlusconismi ed antiberlusconismi, con demenziali “come ha giustamente detto” e non meno demenziali “è sempre colpa sua”, mentre le menti diventano ottuse e le lingue s’allappano, non appena si tratta di discutere istituzioni nuove e mettere mano alle riforme. In altre parole: la gran parte di quelli che si disperano per il deperimento democratico non s’avvedono d’esserne la causa.
Chi, come noi, non s’appassiona ai personalismi, osserva con commiserazione il dilagare di tifoserie e pochezza, che riducono la politica a parodia di se stessa. Ci consoliamo, per quel che dura, passeggiando sul lungomare napoletano, e sperando di poterlo fare, prestissimo, fra i paesi di un Abruzzo bellissimo.

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