Due cose le sappiamo: 1. l’elettorato statunitense è diviso a metà, con una frattura più antropologica che politica; 2. la campagna elettorale è stata giocata al passato, fra il tornare grandi come una volta e il conservare le libertà di una volta, con idee e personale modesti, in un Paese che domina il presente digitale dell’economia del futuro, avendo prodotto le migliori menti e i più avventurosi imprenditori del settore. Sapremo ora chi abiterà la Casa Bianca. È normale che ci sia una relazione fra la vita politica e istituzionale europea e quella statunitense, legate come sono dall’Alleanza Atlantica e dall’essere le più forti e stabili democrazie del mondo. Non è normale che la sicurezza europea dipenda dall’esito di elezioni cui non possiamo partecipare.
Ciascun Paese europeo – con l’eccezione dell’Ungheria – conferma il sostegno all’Ucraina, così come lo fa l’Unione europea. Ma non possiamo nasconderci che nessuno di noi e neanche tutti messi assieme potremmo fare fronte a un eventuale (e non alle viste) disimpegno americano. Eppure quella è una nostra, non una loro frontiera. Ha a che vedere non soltanto con la sicurezza militare ma anche con la credibilità nei confronti di altri europei, oggi non ricompresi nell’Ue.
I recenti esiti elettorali in Georgia e Moldavia dovremmo leggerli come questioni a noi molto vicine e non (solo) come affari loro. Il tema ineludibile di tutti i popoli che furono sotto il tallone dell’Unione Sovietica è l’influenza e talora il dominio russo. Se passa il principio hitleriano che se uno parla russo dev’essere conquistato dalla o ceduto alla Russia, allora quei due Paesi hanno le ore contate. E se i loro elettori europeisti faticano a essere la metà non è perché gli altri desiderino dipendere da Mosca, ma perché non vogliono fare la fine degli ucraini e sanno che l’Ue non sarebbe in grado di difenderli.
Insomma, l’incertezza di queste ore dovrebbe spingerci a prendere decisioni difficili ma necessarie. La difesa comune deve partire subito e, come per altre materie, se non tutti i Paesi dell’Ue desiderano farne parte è bene che partano quelli che la considerano essenziale. Come si è fatto per la moneta. La regola dovrebbe essere: no ad accordi soltanto fra due Paesi Ue e sì a cooperazione rafforzata fra quanti intendono avviare difesa o altre materie in comune, oltre quelle già previste; intanto inizia chi ci sta e si impegna, domani, a non ostacolare l’ingresso di chi vorrà entrare. Circa l’allargamento dell’Ue ad altri Paesi dell’Est, la scelta non sia solo fra dentro o fuori: ha ragione Macron, quando propone un’area di europeismo facilmente accogliente che non sia l’ingresso istituzionale in Ue. Se prima non si cambiano le regole decisionali interne è pericoloso allargarsi a Paesi la cui mutevolezza è sotto ai nostri occhi.
Le democrazie hanno le loro regole e vanno rispettate, anche quando costano tempo. Ma senza esagerare: si è votato a giugno e la nuova Commissione europea, bene che vada, si insedierà a gennaio. Nel frattempo il rapporto Draghi, ovvero il testo che più riguarda il futuro, sembra essere divenuto un ricordo del passato. E non ci sono soltanto le regole istituzionali, ma anche i costumi culturali e politici: i francesi possono ben eleggere un presidente e poi togliergli la maggioranza all’Assemblea, i tedeschi possono ben far vincere i socialdemocratici e poi stufarsene e così via, ma ciascuno deve considerare il governo dell’altro come espressione della sovranità nazionale, pertanto non immobilizzabile o immobilizzante per la sua eventuale debolezza interna. Quella riguarda i suoi cittadini, mentre per i cittadini europei conta quel che si decide e fa assieme. Se non prendiamo questo costume non avremo un procedere armonioso e continueremo a vivere intoppi.
Ci sta che ci sia stata una lunga attesa dei risultati americani, ma va male che sia disattesa la funzione autonoma e vitale dell’Ue. Il tempo per diventare adulti e prendere in mano il destino unitario è alle nostre spalle.
Davide Giacalone, La Ragione 6 novembre 2024
