Sia che si consideri il referendum una appropriata chiamata alle urne pro o contro una specifica riforma, sia che lo si consideri un’impropria occasione per votare pro o contro il governo, in ogni caso la possibilità che le urne siano disertate dovrebbe suonare bocciatura degli astanti. I quali, esauriti appelli e lacrime da coccodrillo, invece non se ne dolgono: meno persone vanno a votare più la chiamata decisiva sarà quella alle tifoserie. Così la destra s’è lanciata in una campagna contro sentenze e magistrati, mentre la sinistra millanta un inesistente condizionamento della politica sulla giustizia, dopo qualche decennio di condizionamento della giustizia sulla politica. Entrambi fuori tema. Tale (pessima) situazione è la causa o la conseguenza della diserzione?
L’impressione è che si tratti di un fenomeno che si autoalimenta: non ci sarebbe alcuna ragione per partecipare a una chiamata referendaria in cui si confrontano due contraffazioni, ma meno si partecipa e più si legittimano le falsità; non ci sono buone ragioni per andare a votare alle elezioni politiche le proposte che si condividono, perché in realtà ciascuno chiede il voto affinché non vinca l’altro (non meno a corto di idee serie), epperò così facendo la scena si riempie di vuoti contrapposti; non c’è ragione di andare alle urne per scegliere le persone – tanto più che questa possibilità è stata cancellata dai sistemi elettorali e la gran parte dei candidati è sconosciuta alle loro stesse famiglie – ma così ragionando chiunque abbia un valore e un mestiere non si candiderà mai. E non se ne esce, tanto più che si va in giro per l’Italia e i cittadini ti chiedono come mai abbiamo una classe politica così scadente, mentre qualche politico s’interroga sul perché tanti cittadini siano così poco sensibili. I due, cittadini e politici, si somigliano. Pure troppo.
Siccome non è un fenomeno solo italiano, proviamo a formulare diversamente la domanda: da dove origina? Trovo interessante un dato messo in luce dal Censis e sottolineato dal suo direttore generale Massimiliano Valerii: se si pensa ai Paesi più indebitati del mondo la fantasia corre a quelli poveri, mentre invece sono i più ricchi. Nel 2001 i Paesi del G7 sommavano un debito pubblico pari al 75% del loro prodotto interno lordo, mentre oggi è al 124%. Il regno Unito era al 35% e oggi è al 101%. La Francia al 59% e ora al 113%. Vi risparmio l’Italia, che resta il Paese Ue con il più alto debito rispetto al Pil. Non si può pensare che tutto sia causato dalla pandemia.
I ricchi vivono (viviamo) al di sopra delle loro possibilità e s’indebitano troppo. Hanno cancellato il dolore e la guerra dalla loro storia e si sono sfidati al loro interno raccogliendo il consenso mediante la diffusione di prebende. Noi italiani siamo gli antesignani. Quando la realtà ha mostrato i vincoli del comune buonsenso, i dispensatori di soldi altrui se la sono dovuta vedere con demagoghi interni che ne attribuivano la responsabilità non all’allargamento patologico della mano pubblica ma all’arcigna vigilanza europea, nemica delle sovranità. Quando Macron ha detto che il sistema pensionistico andava ripensato, ha fatto i conti con la rivolta; ha dovuto poi fare marcia indietro e gli altri, anziché osservare che aveva ragione, hanno preferito annotare che così si finisce in crisi di consensi.
Ma quell’andazzo rende alto il costo dei debiti, che a sua volta diminuisce i margini del bilancio pubblico e a forza di finanziare vizi si perde il finanziamento per le virtù e le necessità, con il che cresce la pressione fiscale. E l’elettore, che non può più avere, non corre per dare. Ogni tanto gli elettori tornano un po’ più numerosi alle urne, ma per festeggiare l’avvento di qualche nuovo spericolato imbonitore, per poi abbandonarlo in fretta. Siamo tutti corresponsabili, anche chi osserva con orrore questo festival della furbizia ottusa e non riesce a chiuderlo. Sarà un delitto se si dovesse porre fine all’andazzo sol perché dolore e pericolo ribussano alla porta.
Davide Giacalone, La Ragione 27 febbraio 2026
